In memoria di Pierre Carniti, un amico speciale

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E’ mancato, a 81 anni, Pierre Carniti: un sindacalista straordinario, prima alla testa dei combattivi metalmeccanici, poi della Segreteria generale della CISL e, infine, un lucido parlamentare europeo del Gruppo socialista. Per me è stato un maestro e un amico speciale.

Mi accolse nel sindacato un giorno a Roma, abbandonando a sorpresa una grande assemblea che presiedeva, per ascoltare le poche cose confuse che, emozionato com’ero, provavo a raccontargli sull’urgenza di affrontare il problema dei migranti: di quelli italiani che ancora stentavano a inserirsi nei Paesi europei e di quelli che cominciavano ad arrivare in Italia da fuori Europa.

Era la fine degli anni ’70, la situazione sociale e politica in Italia era esplosiva, io ci tornavo dopo oltre un decennio di vita in Belgio. Avevo visto all’opera la civiltà di un Paese accogliente, pensavo che anche nella civile Italia di allora si potesse fare qualcosa di simile. Carniti non ci pensò due volte: con il suo eterno sigaro in bocca fu di poche parole e mi invitò a lasciare il Belgio e venire a lavorare nel sindacato che affrontava allora la discussa legge Martelli sui migranti che arrivavano allora in Italia. Mi buttò nella mischia, convinto che fossi in grado di portare le esperienze di altri Paesi europei, in realtà perché imparassi a battermi per i diritti di tutti, italiani e stranieri, insegnandomi che i diritti o sono universali o sono solo privilegi di qualcuno a spese di altri.

Erano tempi pieni di tensioni, in Italia e in Europa. Nella Polonia di allora – oh, quanto diversa da quella di oggi – nasceva il libero sindacato di Solidarnosc. Carniti, a differenza di suoi colleghi di altri sindacati, capì subito che stava capitando qualcosa di straordinario e mobilitò in favore di Solidarnosc il suo sindacato e noi, giovani apprendisti dell’Ufficio internazionale, inviati in tutta fretta a Danzica. Insieme con lui ho conosciuto personaggi che hanno fatto la storia d’Europa, due fra tutti: Lech Walesa e Bronislaw Geremek, forse gli ultimi due giganti del sindacalismo europeo che si andava lentamente spegnendo. In Italia resistette ancora per qualche anno, grazie a personaggi come Pierre Carniti e Luciano Lama e a pochi altri di quella scuola.

Agli inizi degli anni ’80, le sorprese della vita mi offrirono l’occasione di tornare a Bruxelles, non senza animate discussioni proprio con Carniti, per un momento incerto, come me, se valesse la pena spendere altri anni di vita nelle Istituzioni comunitarie. Carniti non ne era molto convinto, io poco propenso a tornare sui miei passi dopo l’esaltante esperienza nel sindacato. Alla fine mi disse di andare, ma consegnandomi una lettera nella quale mi diceva che sarei potuto tornare quando volevo. Fu il mio viatico e la mia trappola: rimasi a Bruxelles un quarto di secolo, prima annoiandomi a morte e poi capendo che anche da Bruxelles si poteva fare qualcosa per il mondo del lavoro che Carniti era rimasto a presidiare in Italia.

Poi anche per Carniti la ruota girò e per me fu un regalo trovare questo maestro e amico speciale a Bruxelles, come parlamentare europeo. Frequenti gli incontri e le improvvisate cene a casa mia: Carniti mangiava poco e non beveva, era di poche parole ma ogni volta lasciava il segno. Continuò a insegnarmi molte cose: dai difficili rapporti del sindacato con il PCI guidato da Enrico Berlinguer che rispettava, senza necessariamente condividere la sua visione politica e senza accettare la pretesa di un ruolo egemone del PCI nel sociale, come fu chiaro nella vicenda del referendum sulla scala mobile. Mi insegnò che il sindacato non deve mai essere uno “stato d’animo”, ma un soggetto autonomo e organizzato nell’impegnativa lotta sociale. A me che stravedevo per la “mitica” società civile, mi spiegò che spesso assomiglia a una litigiosa assemblea condominiale di cui diffidare.

Carniti mi insegnò ancora molto altro, più con i comportamenti che con le parole, lui taciturno com’era. Come quando non esitò a mollare una sberla straordinaria alla classe politica di allora, ritirando la sua candidatura da presidente della RAI, perché altri volevano prenderne possesso usando il suo carisma e la sua autorevolezza.

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