Il virus dell’intolleranza come quello dell’influenza aviaria?

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Non è un fantasma quello dell’intolleranza che si aggira in questi tempi per l’Europa e per il mondo. Purtroppo ha una consistenza fisica pesante, fatta di massacri e violenze. Forse quello che manca sul tema qui in Europa – ma non va meglio altrove – è la consistenza culturale della risposta, a dire il vero più da parte dei Governi nazionali che non dell’Unione europea e delle sue Istituzioni, in particolare del Parlamento e, per una volta, anche della Commissione che hanno parlato con voce forte e saggia.
La consistenza fisica visibile dell’esplosione di intolleranza è davanti agli occhi di tutti e non è di questi giorni soltanto. Cova da tempo al di qua e al di là   dei confini d’Europa, al di qua e al di là   dell’Atlantico e in molte altre parti del mondo. L’attentato dell’11 settembre a New York non ne è nemmeno stato l’inizio, anche se ha dichiarato lo stato di intolleranza nel pianeta. Gli ha fatto eco lo stato di guerra – ma è stretta la parentela tra i due – prima portato dall’esterno contro uno Stato sovrano e poi divampato in quel territorio tra opposte fazioni e oggi pericolosamente alimentato in Paesi limitrofi pronti a soffiare sul fuoco. Confrontato alla dimensione dell’incendio, l’episodio delle vignette satiriche appare del tutto sproporzionato e largamente pretestuoso. Nà© inganna la cosiddetta natura «spontanea» delle mobilitazioni che hanno radici molto più lontane e probabilmente anche più profonde.
Alla consistenza massiccia delle aggressioni intolleranti ha fatto eco da noi una debole consistenza culturale della risposta, che in Occidente in generale, e in Italia in particolare, non ha dato finora prova di grande lucidità  . Sono state precipitosamente declinate parole come identità   e radici che in questo clima possono diventare facilmente pesanti come pietre e invece di aiutare a ragionare inducono a contrapposizioni ostili. E sono parole tanto più pericolose quando la loro intrinseca dignità   viene inquinata dall’uso spregiudicato di qualcuno, magari non senza preoccupazioni elettorali.
A chi invoca identità  , una semplice domanda: al singolare o al plurale? Purtroppo la lingua italiana non rende visibile la differenza. Anzi rischia al contrario, nella sostanza, di occultare le differenze. Che nella società   europea e in quella italiana – almeno nella misura in cui è ancora europea – sono tante e da sempre sono la ricchezza della nostra storia. La nostra identità  , se proprio è indispensabile averne una, è quella della convivenza civile tra molte identità  , che non esclude ma accoglie, che non cancella le alterità   ma con esse dialoga.
E anche sulle radici sarebbe utile fare chiarezza. Tutti ne abbiamo e qui la lingua italiana chiarisce da subito che se parla al plurale. Resta perಠda chiarire se ne parliamo rivolti solo al passato o alla ricerca di futuro. Le nostre culture, tutte, sono realtà   evolutive: il loro passato è importante, il presente è il passaggio – un guado, dirà   qualcuno – in cui provvisoriamente ci muoviamo, ma è soprattutto il futuro che è in gioco per tutti noi in questa stagione turbolenta della storia. Sarebbe triste se chi invoca le radici cercasse solo rifugio nel passato per proteggersi da questo presente difficile. E sarebbe anche una miscela pericolosa declinare identità   al singolare e radici al passato con il rischio di resuscitare fantasmi di secoli bui, fatti di conflitti infiniti tra etnie, popoli e stati.
Il fantasma dell’intolleranza che s’aggira tra di noi prende la forma di frontiere e reticolati che ritornano: oggi tra l’Europa e il resto del mondo, ma il virus non si ferma alle frontiere e presto – proprio come accade oggi con l’influenza aviaria – potrebbe contagiare anche l’Europa. E non ci proteggeranno allora le barriere e le gabbie e ancor meno il vaccino dell’identità   al singolare e delle radici al passato.

Franco Chittolina

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