
L’attualità ci ha ormai abituati a guardare insistentemente le guerre che ormai da molto tempo infiammano i confini dell’Europa, mettendo quotidianamente in evidenza gli orrori e le sofferenze di popolazioni ormai costrette a cercare il futuro fra le macerie.
Non solo, ma la stessa attualità continua a rincorrere i grandi della Terra nei loro incontri, dalla Cina, alla Russia, agli Stati Uniti dove si ritrovano spesso per discutere di progetti di cooperazione e sfide economiche, ma molto più raramente di pace, di diritto internazionale o di lunghe vedute sul futuro del Pianeta.
In questo contesto, tuttavia, si muovono altre guerre che passano indisturbate a lato dei riflettori, guerre che non usano le armi convenzionali ma vivono del silenzio e dell’indifferenza di gran parte dell’opinione pubblica e della comunità internazionale. Una di queste guerre riguarda in particolare il presente e il futuro delle migrazioni verso l’Europa, destinazione sempre più pericolosa e irraggiungibile per le sue severe politiche di accoglienza e destinate ad inasprirsi sempre più nel prossimo futuro.
Partiamo da dati concreti. L’ultimo rapporto dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) pubblicato nell’aprile scorso, sottolinea che durante i primi tre mesi del 2026, ben 765 persone, partite da Libia e Tunisia, hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale. Il rapporto indica inoltre che, dal 2014, in quel braccio di mare hanno perso la vita circa 27.000 persone, una cifra che la stessa Organizzazione considera molto al ribasso.
Ma il problema della pericolosità delle vie delle migrazioni verso l’Europa non è l’unico aspetto di politiche nazionali ed europee che diventano sempre più restrittive, a partire dalla prossima entrata in vigore, il 12 giugno prossimo, del Patto sulla migrazione e l’asilo, applicabile ai 27 Stati membri dell’Unione Europea.
Composto da una decina di strumenti legislativi, il Patto prevede, in particolare, l’armonizzazione delle norme e procedure delle domande di asilo e del diritto alla protezione internazionale, stabilisce un controllo rigoroso delle frontiere esterne dell’Unione, definisce le procedure per i rimpatri e la possibilità di detenzione fino a 24 mesi per i migranti irregolari che non collaborano al proprio rimpatrio, la costituzione di Centri di rimpatrio in Paesi terzi e definisce una lista di “Paesi sicuri “ i cui cittadini non avranno diritto alla protezione internazionale.
Un Patto severo e non certo aperto all’accoglienza, volto soprattutto a proteggere le frontiere dell’Europa e a contrastare l’immigrazione, a rendere molto più difficile la protezione internazionale e con il forte rischio di limitare i diritti dei migranti, di aumentare le detenzioni alle frontiere e di fare dei respingimenti l’asse centrale delle politiche europee.
Inoltre, sul tema dei diritti dei migranti, e a pochi giorni dall’entrata in vigore del Patto sulla migrazione e l’asilo nell’UE, è necessario ricordare qui la recente dichiarazione politica adottata a Chisinau, in Moldavia, dai 46 Stati membri del Consiglio d’Europa. Una dichiarazione, voluta soprattutto dall’Italia, dalla Danimarca e dal Regno Unito, che prende di mira la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e manda un pericoloso messaggio nei confronti dell’importante ruolo e dell’indipendenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. La dichiarazione, in sostanza, ha l’esplicito obiettivo di ridurre le tutele nei confronti dei migranti, ribadendo che “gli Stati hanno l’innegabile diritto sovrano di controllare l’ingresso e il soggiorno dei cittadini stranieri”.












