Guerre e pace in Europa

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Hanno una brutta abitudine le guerre: cominciano molto tempo prima che scoppi il conflitto armato e continuano molto tempo dopo che hanno taciuto le armi, per la verità mai deposte. È un’esperienza familiare per l’Europa, anche se spesso preferiamo rimuoverla. Così è andata con la Prima guerra mondiale, del cui inizio ricorre quest’anno il centenario, e non molto diversamente è avvenuto per il secondo conflitto mondiale del secolo scorso, senza che per questo molti europei ne abbiano appresa la lezione. Per chi l’avesse dimenticato, il secolo scorso era iniziato sotto buoni auspici, caratterizzato da un’economia che si andava globalizzando, con buoni ritmi di crescita e fondate prospettive di sviluppo. Quello che non cambiava erano i nazionalismi europei, in Stati e imperi con etnie frammentate, uno scontro tra sovranità malate e alla ricerca di un’occasione per rifarsi una salute. Agli occhi di molti la guerra parve un’occasione da non perdere, anche a costo di perdere milioni di vite umane. Fu quello che avvenne e che non trovò una conclusione pacificatrice in quel Trattato di Versailles del 1919 (“un armistizio che sarebbe durato vent’anni”, qualcuno disse allora), incubatore di future tensioni e pausa fragile nell’attesa dell’esplosione nel 1939 del secondo conflitto mondiale che distrusse il nostro continente, accelerandone un progressivo declino politico sulla scena mondiale, appena temperato dalla coraggiosa avventura dell’integrazione europea avviata agli inizi degli anni ’50. Oggi, a cento anni di distanza da quella “inutile strage”, grande è la tentazione di vedere rassomiglianze con le tensioni di allora, senza tuttavia cadere nell’errore di concludere alla fatalità di esiti simili. Molto è cambiato il mondo in questi cent’anni, ci siamo lasciati alle spalle le guerre coloniali, si sono spostate altrove, da Occidente verso Oriente, pericolose tensioni internazionali alla ricerca di nuove egemonie e altri sono gli interessi in gioco. Eppure qualcosa oggi fa pensare al clima di quegli anni, se una governante prudente come Angela Merkel non si è trattenuta dal dire che ” Verrà il momento in cui sbanderemo, come i sonnambuli d’Europa nell’estate 1914″. Quasi un eco alle parole del presidente francese François Mitterrand nel 1995, quando affermò che “la sola alternativa all’unità dell’Europa è la guerra”. Quando si misura la distanza che dopo l’ultima guerra ci separa ancora dall’unità qualche brivido è consentito.  Più ancora se questa distanza sembra crescere invece di ridursi e la conflittualità tra i Paesi dell’UE inasprirsi. Certo non al punto da far temere che possa tornare di attualità la considerazione di Karl von Klausewitz per il quale “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Meglio fermarsi in tempo e svegliarsi dal torpore in cui questa Europa si è assopita, illusa di essere vaccinata per sempre dal pericolo della guerra. Si aggirano oggi per l’Europa troppi politici sonnambuli e troppi facili ottimisti da “lieto fine”, quelli che per ultimi hanno ammesso l’esistenza della crisi e che per primi hanno annunciato la luce in fondo al tunnel, che continuiamo a non vedere. E con essi quelli che vedono il bicchiere mezzo pieno, ma non si interrogano se il bicchiere esista ancora. Tutta gente troppo tranquilla per non essere noi inquieti, in attesa che la mala politica che abbiamo conosciuto trovi una continuazione, non già in una guerra – peraltro in corso in molte altre parti del mondo – ma nella buona politica, in grado di assicurare a questo nostro continente, e al resto del mondo, pace e giustizia.