Elezioni in Serbia: si all’UE, no all’indipendenza del Kosovo

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Con le elezioni legislative dell’11 maggio scorso, la Serbia conferma la sua volontà   di proseguire sulla strada dell’integrazione europea. Il Partito democratico (DS) di Boris Tadic, dopo la vittoria alle elezioni presidenziali del febbraio scorso, ha infatti raccolto il 39% dei voti, contro il 28% del Partito radicale serbo (SRS), guidato da Tomislav Nikolic. Dal canto suo, l’Unione europea aveva mandato segnali incoraggianti prima del voto, sciogliendo parzialmente le resistenze di alcuni Stati membri alla firma dell’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (ASA), resistenze dovute in particolare alla garanzia di una totale collaborazione da parte della Serbia con il Tribunale Penale Internazionale dell’Aia.
Resistenze quindi in parte superate dall’Unione europea, ma anche da parte dei Serbi, che purtroppo non contribuiscono a risolvere il vero problema cruciale della Serbia di oggi: vincitori e vinti alle elezioni hanno infatti, con intensità   diverse ma tenaci, un interesse in comune e cioè l’integrità   territoriale del Paese e il non riconoscimento della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo. Sebbene l’Accordo firmato con l’UE rappresenti un primo passo verso l’integrazione e una futura possibile adesione, resta il fatto che la stessa Unione europea ha favorito l’indipendenza del Kosovo, ha predisposto la missione EULEX per sostituire la missione ONU e alcuni suoi Stati membri hanno già   riconosciuto ufficialmente tale indipendenza. Una strada verso l’Europa in salita quindi per Tadic, chiamato ad affrontare contemporaneamente due questioni tanto legate fra loro quanto impossibili da negoziare congiuntamente con l’Europa.
Ma la vittoria di Tadic e dei democratici non ha conquistato la maggioranza assoluta e, sebbene salutata giustamente con calore e entusiasmo in Occidente, è una vittoria che dovrà   fare i conti con una legge elettorale proporzionale, legge che, come si sa, richiede che si costituiscano delle alleanze per governare. E qui questa vittoria potrebbe anche tradursi, purtroppo, in una sconfitta. Il prossimo futuro ce lo dirà  . Ma se questo fosse il caso, riapparirebbe, nel cuore dei Balcani, un nazionalismo esasperato, si rischierebbe un allontanamento della Serbia dall’Europa e una rimessa in gioco di interessi internazionali, in particolare con la Russia da una parte e UE, USA e NATO dall’altra. Non solo, ma anche quel fragile filo che sottende il dialogo fra i Paesi stessi dei Balcani e che trova nelle relazioni con l’Unione europea un contesto incoraggiante, rischierebbe di spezzarsi e di allontanare quel necessario processo di pace di cui i Balcani hanno enormemente bisogno dopo il loro tragico e recente passato.
A conferma che la questione del Kosovo sia di portata ben più vasta dell’area circoscritta ai Balcani è la recente decisione di Vladimir Putin di sostenere apertamente il desiderio di indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, due regioni della Georgia teatro di guerre fratricide agli inizi degli anni Novanta. Putin, grande alleato della Serbia, ha sempre dimostrato la sua opposizione all’indipendenza del Kosovo, facendone una questione di diritto internazionale. Atteggiamento ben diverso nel Caucaso, dove le posizioni si rovesciano con Europa e Stati Uniti pronti a difendere l’integrità   territoriale della Georgia. Resta il fatto che soffiano di nuovo venti di guerra nella regione, con il sospetto che a soffiare sia un sentimento dettato da una voglia di rivincita da parte della Russia.
E questo non è buon segno, non solo perchà© i conflitti hanno le loro conseguenze umanamente disastrose, ma anche per quanto riguarda i rapporti Est/Ovest che sembra si giochino per regioni interposte e soprattutto per la mancanza di chiarezza e di supremazia del diritto internazionale al riguardo. La Serbia rivendica, come la Georgia, la sua integrità   territoriale, il rispetto delle frontiere riconosciute a livello internazionale, ma a seconda dei “giardini di casa”, l’interpretazione dell’integrità   territoriale assume connotati diversi. E’ un aspetto che puಠavere risvolti pericolosi nelle relazioni internazionali e diventare fonte di continue incertezze e di instabilità   sempre più difficili da governare.
Sta di fatto che la Serbia, malgrado il suo desiderio di Europa, è decisa a battersi per il Kosovo con tutti i mezzi giuridici e diplomatici a sua disposizione. A settembre porterà   il caso davanti all’Assemblea generale dell’ONU e avvierà   contemporaneamente una procedura di verifica della legalità   della dichiarazione unilaterale di indipendenza davanti alla Corte internazionale di Giustizia. Sarà   un percorso difficile, viste le divisioni e l’incapacità   di pronunciarsi del Consiglio di sicurezza dell’ONU al riguardo. Sarà   anche il percorso più sensibile che la Serbia dovrà   affrontare dalla caduta di Milosevic, un percorso in un equilibrio molto precario fra il pericolo di isolarsi e la convinzione che l’Europa da raggiungere rappresenti garanzia di democrazia, valori condivisi, spazio di dialogo e di sicurezza. Anche per l’Europa, e per tutti noi, una bella sfida.

2 COMMENTI

  1. Vorrei concentrare la mia corrispondenza su un’analisi del dopo la vittoria del blocco europeista alle elezioni politiche serbe. Per far questo vorrei partire dal fatto che questa coalizione politica serba sostenuta senza condizione dall’Unione Europea, appena è risultata vincitrice ha dichiarato che questo non significa che il prossimo governo di Belgrado riconoscerà  l’indipendenza del Kosovo.

    La cosa diventa piu interessante se consideriamo che questo lo ha ribadito anche il presidente, Boris Tadic, il quale mentre confermava il suo impegno per l’integrazione della Serbia nell’Ue – ma “dimenticando” che la maggioranza dei Paesi membri ha già  riconosciuto il nuovo stato kosovaro – ha anche ribadito ”la difesa dell’integrità  territoriale” della Serbia.

    Le autorita albanesi del Kosovo, il presidente Fatmir Sejdiu, il primo ministro, Hashim Thaci, hanno espresso sollievo per la vittoria elettorale della lista filo-europea del presidente Tadic sulle forze nazionaliste e si sono detti favorevoli a cooperare con il presidente serbo per creare rapporti di buon vicinato. Ma, hanno anche aggiunto un suuggerimento a Boris Tadic, cioè quello di “occuparsi più delle relazioni di Belgrado con l’Ue e la Nato che non del Kosovo, perché, in fondo, anche il presidente serbo sa che ormai il Kosovo é indipendente. Invece, il capo dell’amministrazione Onu in Kosovo (Unmik), Joachim Ruecker, ha confermato infine il giudizio di nullità  sul voto amministrativo organizzato unilateralmente da Belgrado anche nelle enclave serbo-kosovare.

    Secondo autorevoli opinionisti della regione le elezioni serbe nel territorio del Kosovo sono state percepite dai serbi come un modo per dire no, ancora una volta, alla sovranità  di Pristina. Per questo motivo i serbi del Kosovo hanno partecipato alle elezioni politiche e amministrative indette in Serbia, andando nei seggi che erano stati aperti nelle zone non albanesi del Kosovo.

    Votando per il rinnovo del Parlamento di Belgrado, ma anche per la costituzione di organismi locali separati, che né l’Unmik né il governo kosovaro intendeno a riconoscere ( in effetti il governo di Pristina ha considerato una provocazione nei riguardi d’uno Stato ormai sovrano), i serbi-kosovari hanno dimostrato una contrapposizione effettiva contro le poltiche europee nella regione. Nè l’Onu, né il governo di Pristina (e nemeno la missione civile europea Eulex) hanno voluto fare alcuna cosa per ostacolare il voto facendo sì che i serbi di questo territorio del Kosovo si sentano piu vicini al resto della Serbia e di fatto estranei all’autorità  di Pristina.

    Intanto centinaia di kosovari albanesi hanno manifestato nella capitale Pristina per protestare contro lo svolgimento delle elezioni serbe in Kosovo. La manifestazione è stata organizzata dal movimento “Vetvendosja” (Autodeterminazione), che considera l’Unmik e il governo kosovaro, responsabili della pesante situazione.

    Albin Kurti, leader e fondatore di questo Movimento ha detto che la protesta non era contro la comunità  internazionale, ma contro l’esistenza di strutture parallele in Kosovo aggiungendo che la comunità  internazionale deve offrire la sua assistenza e non governare il Kosovo.

    Marko Jaksic, leader del partito nazional-conservatore di Vojislav Kostunica in Kosovo, ha dichiarato che i serbi-kosovari hanno raggiunto un obiettivo da cui “daranno vita ad un’assemblea locale autonoma” a Mitrovica.

    Questo è proprio quello che le autorità  di Pristina, l’Unmik e i governi occidentali temono, intravedendovi un passo verso la formalizzazione in tempi brevi della divisione del Kosovo.

    Olivier Ivanovic, voce moderata dei serbo-kosovari ed esponente della coalizione liberale che a livello nazionale fa capo al presidente della Repubblica, Boris Tadic, ha dichiarato che il voto locale a Mitrovica e dintorni, reggerà  fino a un certo punto secondo la retorica degli ultranazionalististi.

    Ma, bisogno anche aggiungere che la maggioranza dei serbi del Kosovo hanno votato a favore del Partito radicale serbo di Tomislav Nikolic ottenendo così un loro rappresentante al parlamento di Belgrado.

    D’altra parte è importante dire che il sostegno europeo alla coalizione europeista di Boris Tadic ha fatto spingere sia il governo di Tirana sia altri attori politici albanesi in Macedonia ed in altre aree della regione di spingere i partiti politici albanesi delle regioni a maggioranza albanese in Serbia a non boicottare le elezioni di domenica scorsa. Questo è successo mentre la maggioranza delle forze politiche della regione di Medvegje, Bujanovci e Prescevo, in Serbia, aveva invece di boicottare le elezioni scrose Presidenziali di Belgrado perché convinti di un progetto strategico Serbo della spartizione del Kosovo. La maggioranza degli albanesi nei comuni di queste zone, cioè circa 100.000 abitanti, hanno boicottato quelle elezioni Presidenziali accusando Belgrado di fare una politica repressiva contro di loro rispetto agli altri cittadini serbi. A continuare questa analisi dobbiamo anche dire che nel sud della Serbia, nei comuni a maggioranza albanese la sfiducia verso le autorita di Belgrado è più o meno la stessa di quella che i serbi del Kosovo hanno al confronto delle autorita locali e internazionali dell’amministrazione Onu.

    Ma tornando ai gioni d’oggi dobbiamo affermare che i mass media locali hanno informato che gli abitanti di queste zone, come mai era accaduto prima, si sono recati alle urne per più del 40 per cento e probabilmente anche loro, come la minoranza serba del Kosovo, avranno un deputato albanese al parlamento serbo, mentre hanno anche ottenuto la maggiornaza dei seggi municipali in queste regioni. Nonostante ciò, è sicuro che se la spartizione del Kosovo diventasse accettabile da parte della comuntià  internazionale, gli albanesi del sud della Serbia sarebbero pronti a fare il possibile per unirsi al Kosovo indipendente. Questo potrebbe poi provocare una reazione catena in Macedonia e forse altrove nei Balcani.

    Per quanto riguarda la situazione kosovara dobbiamo dire che rimane al momento incerta, poiché più che un nuovo Stato, il Kosovo si configura ancora come protettorato internazionale su cui vigilano 16 mila soldati della Kfor e l’amministrazione dell’Unmik. Anche se la nascita del nuovo Stato è stata voluta a tutti i costi dalla maggiornaza albanese affidata al fattore occidentale, questo volonta è stata ritenuta necessaria da molti per concludere l’ultimo capitolo della dissoluzione della Jugoslavia. Chi pensava che il Kosovo non poteva andare che in questa direzione storica di certo credeva che questo poteva avviare un nuovo periodo della sua storia, basato su pace, stabilità  e prosperità  per tutta la regione balcanica. Ma, non bisogna dimenticare che se tale volontà  non sarà  sostenuta con decisione la situazione potrebbe peggiorare per tutti.

    In effetti, il Kosovo non è stato riconosciuto ancora da una minoranza dei Paesi membri dell’Unione Europea, con Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia che guidano il fronte del no temendo che possa rappresentare un precedente per altre situazioni simili. Bisogna ricordare che a questo piccolo numero di paesi europei che non riconoscono l’indipendenza del Kosovo corrisponde a pochissimi Paesi dell’Organizzazione della conferenza islamica e a nessuno della Lega araba qualli hanno riconosciuto il Kosovo Indipendente.

    Nonostante il Kosovo sia un Paese a prevalenza musulmana, il fatto che abbia scelto un tipo di stato occidentale e laico, che vuole allearsi con l’occidente, che punta all’integrazione Euro-Atlantica è uno sviluppo politico non piacevole per loro. Il Kosovo e la maggiornaza albanese ha affidato il suo futuro all’occidente ed all’Europa che se non valuterà  questa dimensione come si deve e quando si deve, porterà  in tutto in una serie di timori e di imbarazzi.

  2. Scrivi il tuo commento qui.

    Ringrazio Artur Nura per le informazioni supplementari sul Kosovo. E’ un’ulteriore conferma della complessita’ e difficolta’ della situazione.

    Adriana Longoni

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