Elezioni anche a sud del Mediterraneo

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Questo mese di maggio non è solo momento di elezioni in Europa, ma lo è anche sulle sponde meridionali del Mediterraneo, sempre percorse dalle turbolenze della Primavera araba.

Nel contesto di una situazione drammatica che dura ormai da più di un anno e che ha già fatto circa 12.000 vittime, hanno avuto luogo il  7 maggio elezioni legislative in Siria. Nel lungo braccio di ferro che oppone Bachar al Assad alle rivolte della popolazione, queste elezioni non avevano certo l’apparenza di un passo verso la democrazia, ma di un’ennesima violenza per dimostrare la legittimità di un governo e di un potere che non intendono cedere di fronte a richieste di cambiamento.  A nulla valgono le sanzioni internazionali,  i piani di pace di Kofi Annan e la presenza di osservatori internazionali: la popolazione continua a morire fra scontri con l’esercito e attentati che oggi prendono di mira anche i convogli ONU.

Queste elezioni, giudicate da buona parte della comunità internazionale come una farsa assurda, avevano come obiettivo di rinnovare i 250 seggi dell’Assemblea e, per la prima volta da cinquant’anni a questa parte, nove partiti omologati dal potere stesso si sono presentati allo scrutinio con più di 7000 candidati. Fino ad ora infatti, solo il partito Baas al potere, sedeva in Parlamento e i nuovi eletti avranno il delicato compito di votare le riforme promesse dal Presidente Bachar al Assad. Non si sa tuttavia quando saranno resi noti i risultati di tali elezioni.

Sotto osservazione della comunità internazionale e in particolare dell’Unione Europea, il 10 maggio anche l’Algeria è stata chiamata al voto per elezioni legislative. Si trattava di rinnovare i 462 seggi del Parlamento, dove il partito al potere, il Fronte di Liberazione nazionale (FLN) deteneva la maggioranza dei seggi. Il risultato delle elezioni, se da una parte ha riconfermato la vittoria del FLN e del partito alleato, le Rassemblement National Démocratique, che insieme hanno conquistato la maggioranza assoluta con 288 seggi, dall’altra ha segnato una sconfitta della coalizione degli islamisti (Alleanza verde) che ha ottenuto  48 seggi,  in netta controtendenza con quanto si è verificato in Marocco, in Tunisia e in Egitto e smentendo le previsioni elettorali.

Il Presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999, ha cercato, da un anno a questa parte, di evitare che sul Paese soffiassero i venti della Primavera araba.  Revoca dello stato di emergenza in vigore da 19 anni, aumenti di salari, lotta alla corruzione, apertura dell’audiovisivo al settore privato, legge sui partiti politici, partecipazione delle donne e altre riforme promesse hanno mantenuto una calma superficiale fra la popolazione.  Il malcontento tuttavia, serpeggia ovunque nel Paese e gli algerini lo hanno dimostrato con un astensionismo al voto che ha raggiunto il 57% circa. Non solo, ma a giudicare da alcune recenti iniziative è fuori dai confini dell’Algeria che tenta di organizzarsi l’opposizione al regime, in particolare da parte di ex militanti del FIS (Fronte islamico di salvezza nazionale).  Difficile dire se questa relativa calma del Paese potrà durare fino alle prossime elezioni presidenziali previste per il 2014.

L’Egitto invece andrà a votare per eleggere il suo Presidente il 23 e 24 maggio prossimi. Ancora teatro di scontri e di manifestazioni, il Paese stenta a trovare una strada pacifica per costruire il suo futuro dopo la caduta del Presidente Hosni Mubarak. Ma, prima assoluta nella sua storia, il Paese ha organizzato il 10 maggio scorso un dibattito televisivo fra i due principali candidati all’elezione presidenziale (13 i candidati in corsa): Amr Moussa, ex capo della Lega araba e ex Ministro degli Affari esteri e Abdel Moneim Aboul Foutouh, un islamista moderato che fu a capo dei Fratelli Musulmani. Un dibattito che ha captato l’attenzione degli spettatori, non certo abituati ad un esercizio trasparente di campagna elettorale,  per quattro lunghe ore. Tanti i temi e le sfide trattati, tante le reciproche accuse e tanti i punti di divergenza espressi; ma su un solo punto i due candidati si sono dichiarati completamente d’accordo e cioè sul fatto di rinegoziare l’accordo concluso con Israele nel lontano 1979.

I venti della Primavera araba non hanno quindi ancora scritto i loro ultimi capitoli e bisognerà dedicare un’attenzione tutta particolare per capire quale sarà effettivamente il profilo politico che prevarrà fra i nostri vicini a sud del Mediterraneo.

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