E adesso, quale Europa?

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Le istituzioni democratiche – e quelle europee non meno delle altre – hanno spesso tempi lunghi e procedure complesse per giungere a decisioni che avrebbero bisogno di tempestività  . Ma se questo è il costo della democrazia è giusto pagarlo, senza cercare scorciatoie in blindati voti di fiducia, fortunatamente non previsti nel Parlamento Europeo. Adesso alcuni di questi prezzi pesanti sono stati pagati – dall’investitura del nuovo presidente della Commissione alle elezioni tedesche fino al recente referendum irlandese sul Trattato di Lisbona – ed è legittimo chiedere all’Unione Europea in che direzione intenda muoversi.
Sempre sperando che si decida finalmente a muoversi dopo quasi dieci anni di «surplace» mentre nel mondo, come ancora nel G20 di settembre a Pittsburgh, capitavano cose non proprio irrilevanti.
Ma andiamo con ordine. Su proposta unanime del Consiglio Europeo dei capi di Stato e di governo e con una scontata maggioranza in Parlamento, Josà© Manuel Barroso è stato confermato alla presidenza della Commissione Europea e, coerentemente con il suo profilo, si conferma anche quello modesto del Collegio dei 27 commissari la cui designazione dovrà   passare al vaglio, non scontato questa volta, del Parlamento Europeo. Difficile sbagliarsi pronosticando una Commissione debole e sottomessa ad un Consiglio Europeo a maggioranza di centro-destra, confermata dal recente esito elettorale tedesco con il cambiamento di coalizione al potere e come risulterà   ancora più chiaramente dalla probabile sconfitta dei laburisti alle elezioni inglesi di primavera.
Ma non anticipiamo e restiamo sul nuovo assetto politico tedesco. Le recenti elezioni hanno sanzionato severamente i socialdemocratici al potere e reso possibile una nuova coalizione dei cristiano-democratici con i liberali: con il timone ancora saldamente in mano ad Angela Merkel bisognerà   vedere quale sarà   l’orientamento della nuova maggioranza su temi sensibili come, tra gli altri, la fiscalità  , il welfare e l’immigrazione.
Qui interessa capire quali potrebbero essere gli orientamenti in materia di politica europea di un Paese che in passato si era meritato il titolo di «locomotiva d’Europa» e che ancora recentemente ha superato un passaggio non facile con la ratifica del Trattato di Lisbona.
In favore del processo di integrazione europea, Angela Merkel rimane una garanzia e anche la tradizione liberale tedesca si muove in questo senso: resta da capire quale integrazione europea e con quali alleati privilegiati dentro e fuori Europa.
In seno all’UE si è andato indebolendo l’asse franco-tedesco, resta un’incognita il futuro rapporto con il Regno Unito e non potrà   venire meno l’attenzione verso i Paesi dell’Europa centrale ed orientale mentre, all’esterno, sembra profilarsi più nettamente un’intesa con gli USA, ma badando a non alienarsi la Russia.
In questa Europa, in cui tutti sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri, non inciderà   molto l’esito delle elezioni in Grecia, nonostante questo non vada sottovalutato in vista dei futuri rapporti con la Turchia.
In una democrazia europea ibrida, che ratifica i suoi Trattati con un mix di procedure parlamentari e referendarie, un altro pezzo è stato pagato con l’attesa paziente (15 mesi, non poco con quello che sta capitando) per conoscere la decisione dei nostri concittadini irlandesi a proposito del Trattato di Lisbona. Il 2 ottobre hanno diligentemente rivotato e, dopo il primo «no» a giugno dello scorso anno, si sono ricreduti e hanno fatto dietro front con un «sì» massiccio. Nell’UE, Barroso e & C. hanno esultato con un entusiasmo fuori misura, fingendo di non sapere che quel «sì» era in gran parte dovuto più alla lezione impartita all’Irlanda dalla crisi economica (una caduta del PIL dell’8% e una disoccupazione del 15%) e dal bisogno di risorse comunitarie, che non da una convinta adesione al progetto europeo.
E adesso allora, compiuti questi riti – ma all’appello mancano ancora le firme tardive dei presidenti di Polonia e Repubblica Ceca e incombe un possibile ripensamento inglese in caso di vittoria dei conservatori – quale Europa ci aspetta?
I pessimisti rispondono: più o meno quella di prima, con poca iniziativa e ridotta coesione, destinata a stare in seconda fila al tavolo dei Grandi del mondo.
Ribattono gli ottimisti: con l’entrata in vigore del nuovo Trattato di Lisbona e dopo gli insegnamenti della crisi economica potrebbe nascere una nuova Unione Europea, più volontarista e coraggiosa, finalmente capace di parlare ad una sola voce e prendere il posto che le spetta nel governo del mondo.
Appunto, «potrebbe». Il problema è se ci riusciranno, insieme, tutti i Ventisette. Probabilmente no, troppo diverse sono le idee sul progetto europeo e troppo divergenti gli interessi, esasperati dalla crisi, economica e politica, in corso.
Per quelli che non hanno rinunciato al sogno dei Padri fondatori sessant’anni fa, è venuto il momento di decidere se continuare a rassegnarsi in attesa di tempi migliori o farsi avanti per realizzare «più Europa». La lista dei potenziali «volenterosi» potrebbe prendere avvio tra i sedici Paesi che hanno già   compiuto la scelta politica della moneta unica. Tra questi c’è l’Italia il cui governo purtroppo, in tutt’altre faccende affaccendato, non manda segnali in proposito.
Lo sta facendo il presidente Giorgio Napolitano, proponendo da tempo la prospettiva di un’avanguardia di Paesi che riprendano la strada dell’integrazione politica. C’è da sperare che questo suo ripetuto appello abbia migliore sorte di molti suoi altri colpevolmente inascoltati e trovi nella politica italiana ascolto e un sussulto di dignità   con un’iniziativa internazionale di cui questo nostro Paese ha tanto bisogno.

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