Domani un’altra Europa

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L’Unione Europea sembra essersi risvegliata da un sonno che durava da tempo, quanto durava la sua indifferenza al valore della solidarietà. Le sue ultime espressioni di una certa consistenza datano di vent’anni fa, quando aprì le sue porte alla decina di Paesi provenienti dalla ex-Unione Sovietica, anche se in quel caso gli interessi economici e politici non ne erano estranei.

Qualche anno dopo, la crisi finanziaria ed economica che colpì l’UE – e in modo diseguale i suoi Paesi membri – mise a nudo la distanza che la separava dal valore della solidarietà, quello dichiarato nell’art. 2 del Trattato di Lisbona, vecchio di una dozzina di anni ma tuttora in vigore.

In questi ultimi mesi molte cose sono capitate e molti cambiamenti hanno interessato il mondo, l’Europa e l’Italia.

Il mondo ha avuto occasione di prendere coscienza di essere un unico grande villaggio anche se non sempre ne ha tratto le dovute conclusioni. Come nel caso della risposta alla pandemia da Covid, con la Cina che ha tardato a fare scattare l’allarme, gli Stati Uniti di Trump che ne hanno sottovalutato la gravità, l’Europa che all’inizio si è mossa in ordine sparso e l’Italia che ha cercato con affanno una risposta con le tensioni che abbiamo conosciuto tra Autorità centrali e locali.

Molto si è detto di questo mondo che non sarà più quello di prima, senza ad oggi poter dire se sarà migliore o peggiore. Certamente ci siamo sentiti tutti più vulnerabili, legati da un destino comune segnato da rischi mortali, per le persone e per intere comunità. Ne ha pesantemente risentito l’economia, molto di più la vita sociale per la progressione della povertà, non solo quella economica ma anche quella culturale e relazionale.

Da questo vortice di eventi, difficili se non impossibili da governare, l’Unione Europea ha trovato la forza di emergere con nuovi riflessi per la sua politica economica, per quella ambientale e in parte per quella sociale, senza tuttavia essere stata capace fino ad oggi di affrontare drammi come quelli delle migrazioni. 

Nel frattempo l’UE ha vissuto la sua prima secessione: dopo aver per settant’anni progressivamente ampliato il suo perimetro, il 1° gennaio di quest’anno ha vissuto, con l’uscita del Regno Unito, il suo primo movimento in senso inverso, riducendo gli spazi della casa comune. Ma non sempre tutti i mali vengono per nuocere: che Brexit sia stato un male tanto per il Regno Unito che per l’UE è nell’ordine delle cose, ma lo è anche il fatto che la nuova Europa post-Brexit, stimolata anche dalla pandemia, ha preso nuovo slancio non più frenata dal sovranismo britannico, tanto nelle politiche economiche che sociali, consentendo all’UE la svolta del Recovery fund, con la creazione di un debito comune europeo.

Si è trattato per l’UE di un passo importante, anche se solo il primo per una ripresa della solidarietà europea. Per proseguire su quella strada non basteranno le aperture delle Istituzioni europee, saranno anche decisive le risposte degli Stati, anch’essi chiamati a temperare le sovranità nazionali e a convergere verso una sovranità europea grazie alle necessarie riforme. È la sfida che attende l’Italia: tra Bruxelles e Roma vi è un movimento di andata e ritorno. L’UE ha aperto un credito importante all’Italia che andrà onorato, non solo con un rientro dal debito pubblico, ulteriormente incrementato in questa stagione di crisi, ma anche con la realizzazione di riforme attese da tempo e sempre rinviate.

Per fare un’altra Europa domani è necessario anche un altro domani per l’Italia.

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