Diari di guerra – 20: Appuntamenti in un mondo di tensioni

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È un periodo carico di incontri a livello mondiale, incontri che faranno da cornice alle discussioni sulle sfide che il Pianeta è chiamato ad affrontare, se possibile, con gli strumenti della cooperazione e della volontà politica. Un impegno sempre più gravoso se si pensa a come stanno evolvendo i rapporti internazionali e a come la guerra in Ucraina stia ridistribuendo le carte a livello globale.

Un primo incontro è il prossimo G20 previsto per il 15 e 16 novembre prossimi a Bali, in Indonesia. Un Vertice in cui 20 leaders mondiali, dal 1999, si incontrano annualmente per discutere non solo di cooperazione economica e finanziaria, ma anche di temi di politica estera, di sicurezza alimentare, di cambiamenti climatici e di questioni di genere. Un’occasione che permetteva incontri e discussioni bilaterali e intensi dialoghi diplomatici, un luogo in cui i maggiori responsabili politici del Pianeta potevano parlarsi e guardarsi negli occhi. Composto dai membri del G7, dall’Unione Europea e da altri Paesi quali, ad esempio, la Russia, la Cina, l’India, il Brasile o l’Arabia Saudita, il G20 rappresenta oltre l’80% del PIL mondiale, il 75% del commercio internazionale e il 60% della popolazione mondiale. 

Quest’anno la riunione del G20 rispecchierà in modo particolare le tensioni nel mondo, soprattutto per quanto riguarda i rapporti fra Stati Uniti e Cina da una parte e quelli fra Russia e Occidente dall’altra. Uno scenario internazionale che rende molto difficile il consenso e di conseguenza la definizione di impegni globali condivisi. A sottolineare tali divisioni è la tentazione dell’Indonesia, Presidente di turno del G20, di escludere dall’ordine del giorno del Vertice la guerra in Ucraina, pur sapendo che le conseguenze dell’invasione russa avranno ripercussioni su alcuni grandi temi previsti in agenda, in particolare sulla salute e la sicurezza alimentare mondiali e la transizione energetica sostenibile. 

Un altro appuntamento di rilevante importanza è l’apertura della COP 27 dell’ONU sul clima in Egitto, che si terrà dal 6 al 18 novembre. È un appuntamento iniziato nel lontano 1995 a Berlino e che non ha mai smesso di suonare l’allarme sui cambiamenti climatici, sulla necessità di limitare il surriscaldamento del Pianeta e ridurre, a livello globale, le emissioni di CO2, principalmente dovute all’uso di combustibili fossili. La COP di quest’anno riveste anch’essa un significato particolare alla luce della devastante guerra in Ucraina e della crisi globale in cui è sprofondato il mondo, crisi che alimenta la paura della recessione globale, la crisi energetica e il rilancio delle energie fossili, nonché lo spettro dell’insicurezza alimentare per molti Paesi. 

Se le decisioni politiche prese a livello delle precedenti COP sono state spesso disattese e i cambiamenti climatici raggiungono ormai livelli estremi, gli obiettivi posti per la decarbonizzazione del Pianeta appaiono oggi sempre più lontani e irraggiungibili. Se, da una parte, va salutato l’impegno dell’Unione Europea per gli obiettivi di riduzione di CO2 a lungo termine e l’accelerazione nello sviluppo di energie verdi rinnovabili, dall’altra preoccupa la sua corsa alla ricerca di combustibili fossili per svincolarsi dalla dipendenza russa. Non solo, ma a questa COP, non saranno presenti Cina,  Russia due dei maggiori inquinatori e attori di primo piano sulla scena internazionale.

Ed infine, le elezioni americane di metà mandato dell’8 novembre. Elezioni che diranno come sarà composto il nuovo Congresso e il Senato, dove una maggioranza repubblicana potrebbe avere un impatto sull’impegno degli Stati Uniti non solo sul sostegno all’Ucraina, ma anche sulla cooperazione globale in termini di lotta ai cambiamenti climatici. Non va infatti dimenticato che gli Stati Uniti, sotto la presidenza repubblicana di Donald Trump, si erano sfilati dall’Accordo di Parigi del 2015.

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