Caro Presidente, caro Barack,

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come ogni fine anno ci si scambiano gli auguri e si formulano speranze per il nuovo anno. Il 2011 è stato un anno carico di avvenimenti nel mondo, ha aperto nuove prospettive sulla scena internazionale e messo in evidenza nuovi attori. Come tanti altri cittadini, anch’io guardo questo mondo in movimento con gli occhi e la mente sempre puntati su due obbiettivi: il primo è il ritorno alla pace, al dialogo e al rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo laddove si combatte e si soffre e il secondo è puntato sulla salute del nostro Pianeta. Come vedi, sono due obbiettivi costantemente alimentati da vecchie e nuove preoccupazioni e che non trovano grandi segnali di risposta da chi, su questa terra, ha in mano le leve del potere. Questa è la ragione per cui mi sono decisa a prendere carta e penna, e non solo per mandarti gli auguri per l’anno che verrà   ma anche per formulare, fra le tante che vorrei, due richieste per il 2012: l’avvio di un vero negoziato di pace in Medio Oriente fra Israele e Palestina e un impegno forte del tuo paese per ridurre le emissioni di CO2 e contribuire a ridurre gli effetti sempre più catastrofici del surriscaldamento del Pianeta. Certo, sono due cose molto diverse, ma sono anche quelle che mi stanno più a cuore, non foss’altro per la loro urgenza.
Quando, nel 2008, sei stato eletto alla Presidenza del Paese più potente del mondo (almeno per ora), hai generato in molti di noi un nuovo entusiasmo, ci hai fatto ascoltare parole che avevamo dimenticato, e non ti dico quanto abbiamo giocato sulla musica di quel tuo «Yes, we canà¢à¢â€š¬à‚¦». Eravamo coscienti della difficile eredità   che ti aveva lasciato il tuo predecessore, partito pesantemente in guerra dopo gli attentati alle Torri Gemelle. Certo, quegli attentati hanno lasciato una ferita profonda nella gente del tuo Paese e nello stesso tempo hanno sconvolto l’equilibrio del mondo.
Caro Presidente, come potevamo, quindi, non commuoverci quando hai fatto quel famoso discorso all’Università   del Cairo? A quell’Università   Al-Azhar che tu stesso avevi definito «faro della cultura islamica» e «culla del progresso dell’Egitto»? E’ vero, da allora molte cose sono cambiate nella regione, e non proprio con il tuo aiuto, ma vorrei ricordarti una frase del tuo discorso che avevo sottolineato in rosso nella versione cartacea che possiedo e che, da qualche tempo a questa parte, si è purtroppo persa fra le mille scartoffie che non riesco a buttare. Parlavi appunto del conflitto israelo-palestinese e dicesti:” (à¢à¢â€š¬à‚¦) l’unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella di due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e sicurezza. Questa soluzione è nell’interesse di Israele, nell’interesse della Palestina, nell’interesse dell’America e nell’interesse del mondo intero. (à¢à¢â€š¬à‚¦).
Queste parole le hai dette tu, il Presidente degli Stati Uniti, parole che ti sono probabilmente valse quel Premio Nobel per la pace come incoraggiamento a tanta visione politica. Sono parole che, sebbene rimaste appese nel vuoto, riassumono ancora oggi tutto il peso che ha, in quel nuovo e movimentato contesto regionale, la soluzione di un conflitto che si protrae da decenni. E’ ancora molto recente il tentativo coraggioso e quasi disperato di Abu Mazen di far riconoscere uno Stato palestinese dall’ONU, un tentativo al quale il tuo paese, nella posizione di forza che ha, non ha nascosto di voler imporre un veto. Ecco, siccome nemmeno io credo più a Babbo Natale da tanto tempo, chiedo a te di avere quel coraggio politico di riportare sulla strada dei negoziati il processo di pace, di non aver paura se credi veramente nella giustezza dell’impegno che hai preso e nel diritto di tutto un popolo a vivere. Se credi veramente nella pace.
La seconda cosa che vorrei chiederti riguarda, come già   annunciato sopra, il tuo impegno e quello del tuo Paese a partecipare alla salvaguardia del Pianeta. Si è appena conclusa a Durban la conferenza sul clima e, forse il risultato più promettente, anche se sarà   solo per il 2020, è quello dell’adesione di tutti i Paesi all’idea di un nuovo strumento giuridicamente vincolante per ridurre le emissioni di CO2. So che gli Stati Uniti non hanno mai voluto ratificare il Protocollo di Kyoto attualmente in vigore, ma spero non ti sfugga quanto i cambiamenti climatici stiano già   modificando il nostro rapporto con la natura, una natura che mano a mano sta diventando sempre più ostile. Vorrei chiederti quindi un impegno sul lungo periodo, pur rendendomi conto che anche altri paesi emergenti dovrebbero fare la loro parte. Si tratta «semplicemente» di immaginare un futuro diverso, nuovo, con altri mezzi di produzione e consumo, ma che rappresentano l’unica garanzia per il futuro delle nostre generazioni. E questo è, oggi, anche nelle tue mani.
Termino qui, caro Presidente, la mia lettera. Mi ero imposta di chiederti solo due cose e ho mantenuto l’impegno verso me stessa.
Ma voglio aggiungere qualcosa che non ha nulla a che vedere con un desiderio. Ho letto sul giornale il tuo sincero cordoglio per la morte di Vaclav Havel. Anch’io ho avuto un momento di profonda tristezza, ma mi ha consolato il fatto che Vaclav rimarrà   per sempre fra le più belle e coraggiose figure della storia del mondo.
Auguri Presidente.

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