Birmania: fine di una dittatura?

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Il 1° aprile gli occhi della comunità internazionale erano puntati sulla Birmania e sulle elezioni suppletive che dovevano rinnovare 45 seggi su 664, ripartiti fra Camera Alta, Camera Bassa e Assemblee regionali. Uno scrutinio di per sé non proprio decisivo da un punto di vista politico,  se non fosse che il Partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace e emblema dell’opposizione birmana, la “Lega nazionale per la Democrazia”,  ha deciso di partecipare alla competizione elettorale, conquistando praticamente tutti i seggi in palio. Una vittoria schiacciante, definita storica e che, se rispettata, potrebbe dar credito alle recenti dichiarazioni di apertura del Governo volte a portare gradualmente la Birmania fuori dal lunghissimo isolamento in cui l’aveva tenuta una giunta militare violenta e predatrice.

Dal colpo di stato del 1962 fino al 2011 la Birmania, colpita da sanzione politiche ed economiche, è rimasta ai margini dei rapporti internazionali, salvo con la Cina e in parte con  l’India, e cinquant’anni di  dittatura hanno bloccato qualsiasi sviluppo economico in uno dei paesi più ricchi della regione. Nel marzo 2011, con il ritiro del generalissimo Than Shwe, la giunta militare decide di “auto dissolversi” e di nominare Thein Sein nuovo Capo del Governo. Da quel momento iniziano gli annunci di riforme e di apertura: creazione di sindacati liberi, leggi sul permesso di manifestare, alleggerimento della censura e liberazione dei prigionieri politici. Ma anche e soprattutto annunci di riforme economiche, di ricostruzione e realizzazione di infrastrutture, di apertura del mercato.  Annunci e promesse che lasciano percepire l’ampiezza della catastrofica situazione umana,  politica ed economica  in cui versa da anni il Paese e di cui  è  prova anche il recente accordo firmato con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), volto a porre fine al lavoro forzato e alla schiavitù  entro il 2015.

Situata nel cuore dell’Asia emergente, fra Cina e India  e con una lunga costa sull’Oceano Indiano, la Birmania possiede ingenti ricchezze : gas, petrolio, terre ancora vergini, pietre preziose, pesca e siti turistici di grande bellezza, una popolazione e una manodopera giovane e in gran parte anglofona. Una vera e propria manna per gli investimenti  in questi tempi di crisi. Tutto nel Paese è da ricostruire o da riformare, dal sistema bancario alle telecomunicazioni, dai trasporti al commercio estero, dall’introduzione di Internet alla telefonia mobile, dal parco macchine alle infrastrutture turistiche.

La vittoria del partito di Aung San Suu Kyi, la portavoce della via alla democrazia, del rispetto dei diritti fondamentali e della libertà d’espressione ha messo in fibrillazione il mondo economico e degli investimenti, tanto da far dire ad un diplomatico che a Rangoon, ex capitale della Birmania,  “non c’è più una camera libera negli alberghi”. Una recente visita del Fondo Monetario Internazionale si è conclusa con toni entusiastici sul potenziale di sviluppo e crescita del Paese mentre Stati Uniti e Unione Europea, appena conosciuti i risultati dello scrutinio elettorale, hanno immediatamente pensato ad una progressiva rimozione delle sanzioni. La Birmania quindi futuro paese emergente e nuovo soggetto geostrategico in Asia ?

Ora più che mai pesa sulle spalle del Premio Nobel per la pace una nuova responsabilità per il futuro del suo Paese. Una responsabilità che potrebbe rivelarsi ben più complicata e carica di conseguenze degli anni trascorsi all’opposizione, fra periodi in prigione e altri agli arresti domiciliari.  Il suo partito ha vinto in quasi tutte le regioni, anche in quelle abitate dalle numerose minoranze etniche, quasi il 30% della popolazione birmana, da sempre oppresse dai militari al potere e, soprattutto nel Nord del Paese, in  lotta per l’autodeterminazione.

La strada per la pace, per lo sviluppo e per il rispetto dei diritti è ancora lunga e il potere, malgrado le aperture annunciate dal Primo Ministro Thein Sein, è ancora saldamente in mano ai militari. C’è da augurarsi che interessi economici,  investimenti e prospettive di sviluppo non cedano troppo presto il passo ad una sorveglianza su un possibile processo democratico e di rispetto dei diritti fondamentali.

Altrimenti la lunga lotta e il sacrificio di Aung San Suu Kyi si perderebbero nel solo ricordo del suo coraggio.

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