A quando la svolta per il futuro dell’UE?

177

Di settimane decisive sentiamo ormai parlare da settimane. Accade per l’evoluzione della pandemia in corso e per il picco tanto atteso, per la tenuta del governo, per le misure da adottare e poi ci rassegniamo a vedere rinviata ogni volta la scadenza. 

Qualcosa del genere succede anche per l’Unione Europea: lo abbiamo visto per gli interventi, prima maldestri e poi vigorosi, della Banca centrale europea; è accaduto con la Commissione che si è mossa in ritardo per poi recuperare con la proposta di sospendere il Patto di stabilità e lo abbiamo vissuto in questi giorni appesi, in particolare l’Italia e la Spagna, alle decisioni dei ministri finanziari. Soluzione che ancora una volta non è arrivata e che è stata rimandata al tavolo del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo a fine della settimana scorsa, per essere ancora rinviata a un Consiglio europeo due settimane dopo.

Oggetto del contendere la strategia da adottare, a livello europeo, per arginare la crisi economica che si sta avvitando con una generale recessione che coinvolgerà tutti i Paesi UE: i quali però continuano a muoversi in ordine sparso, poco disponibili a condividere rischi con Paesi con difficoltà finanziarie, come nel caso dell’Italia e non solo.

I Paesi rigoristi del nord (Germania, Olanda, Austria e Finlandia), avvalendosi della lettera dei Trattati, ritengono che le misure in cantiere siano per ora sufficienti e semmai se ne riparla più avanti per un aggiornamento della situazione. Non la pensano così i Paesi dell’area mediterranea con Italia, Spagna e Francia in testa – i più pesantemente colpiti dal coronavirus – appoggiati anche da una decina di altri Paesi. 

Questa dura contesa dovrà trovare nei prossimi giorni una proposta di soluzione da parte dei ministri finanziari dell’eurozona per essere presentata alla decisione di un nuovo Consiglio europeo che dovrà finalmente decidere, non tanto interpretando le regole esistenti quanto trovando il coraggio di andare oltre, vista l’eccezionalità della situazione che, pur coinvolgendo tutti, lo fa con tempi diversi e colpendo economie tra loro in condizioni di salute molto differenziate. Alcuni Paesi, come la Germania, dispongono di imponenti risorse proprie e di buoni equilibri del bilancio pubblico, con ampi margini di intervento, cosa che non si può certo dire dell’Italia.

Che fare allora? Con le attuali regole, adottate in periodi di normale crescita economica e incapaci di rispondere con forti misure anticicliche a choc come quelli in corso, originati da cause esterne alle politiche di bilancio nazionali, non sembra si possa fare molto, se non costatare che questa Unione è stata costruita per tempi normali come questi non sono. Dalla vicenda greca avevamo già imparato che non tutti siamo uguali in un’Europa dove, peggio ancora, qualcuno “è più uguale degli altri”, come sembra voler continuare ad essere la Germania. E con l’occasione avremmo anche dovuto capire che questa Unione aveva mostrato i suoi limiti e che era urgente progettarne un’altra. Non lo abbiamo fatto e adesso siamo in gran parte inermi davanti al dramma che stiamo vivendo.

Inermi ma non disperati, se si troverà il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo e le decisioni oltre regole largamente superate dagli eventi – i “vecchi schemi fuori dalla realtà” denunciati da Mattarella – in attesa di svoltare, dotando la futura Unione di nuovi Trattati che rispondano alle sfide della storia. Raccogliendo intanto, per una volta, l’invito di un ultra-liberale come Milton Friedman, a “sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile”.  

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here