Proteste nell’Unione Europea, democrazie alla prova

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In molti Paesi del mondo si registra un crescendo di proteste e manifestazioni, anche violente, generando l’impressione che si tratti di un fenomeno globale che colora in modo omogeneo il Pianeta.

Niente di più ingannevole: per rendersene conto basta localizzare meglio le aree delle proteste di più ampie dimensioni, scoprendo che hanno perimetri ben delimitati, oltre che dimensione e natura diverse.

Niente di più facile individuarne i perimetri, difficile valutarne rilevanza e prospettive. Il perimetro delle proteste è quello delle democrazie, in particolare di quelle che godono di precaria salute, alcune logorate dall’età e non adeguatamente riformate, altre con la fragilità di democrazie in transizione.

Con l’occasione salta agli occhi la grande prevalenza nel mondo dei Paesi di regime dittatoriale o autocratico, dove non c’è traccia di protesta evidente: già basterebbero Cina e Russia, con il robusto complemento di Paesi asiatici e di una maggioranza di quelli latino-americani per chiudere questa triste contabilità. La conferma viene da uno sguardo ai numeri: secondo autorevoli indagini in merito, il 74% della popolazione mondiale vive fuori da democrazie, con 92 autocrazie rilevate su 179 Paesi analizzati, mentre sulla carta del mondo risultano democrazie liberali solo quelle dei Paesi UE e dell’Australia, mentre la quasi totalità delle due Americhe, Stati Uniti compresi, sono ritenute delle democrazie solo elettorali, prive dei necessari diritti associati al voto.

Entrambe le forme di democrazie, liberale ed elettorale, registrano movimenti di protesta, ma con una concentrazione e rilevanza di gran lunga maggiore nelle democrazie liberali dell’Unione Europea, come nel caso di Spagna, Portogallo, Francia, Belgio e Italia, al punto da sollevare più di un interrogativo sul futuro della democrazia nell’UE.

Di qui alcune considerazioni essenziali sulla crescente solitudine della democrazia europea nel mondo e su rischi e opportunità delle sue prospettive future. 

All’orgoglio di essere l’UE ancora una democrazia, per quanto imperfetta, va associata la preoccupazione di dover fare i conti, a più livelli, con una maggioranza di Paesi nel mondo liberi da regole e procedure partecipative, dove le decisioni sono più rapide e al riparo da resistenze popolari, con il risultato di alterare la competizione, provocando su entrambi i versanti danni economici e  sociali.

Quanto ai rischi ed opportunità per gli sviluppi futuri della nostra sopravvissuta democrazia molto dipenderà dalle responsabilità che sapranno assumersi da una parte i movimenti sociali e la società civile e dall’altra la politica. 

Dipenderà molto dalla politica, tanto al governo che all’opposizione, se riuscirà a capire le ragioni profonde di una non più rinviabile questione sociale all’origine delle proteste, ovunque radicate in disuguaglianze insostenibili, e a farsi carico di riforme sempre rinviate, perlopiù a spese delle nuove generazioni, che si tratti di scuola, lavoro e welfare.

Il futuro della nostra democrazia dipenderà non meno dalla capacità della società civile di convergere pacificamente in pacifiche manifestazioni e rivendicazioni rivolte alla politica su priorità condivise, assumendosi la responsabilità di passare dalla nobile testimonianza alla più complessa proposta di politiche praticabili, tenuto conto del quadro demografico e delle compatibilità economiche nel contesto di una scarsità di risorse, contrastando le riserve di caccia di predatori e di evasori fiscali, piccoli o grandi che siano.

Ancora una volta in Europa siamo davanti ad un bivio esistenziale: o la democrazia partecipativa della società civile, oggi rafforzata in particolare dalla sensibilità e dalla volontà di protagonismo delle nuove generazioni, riesce ad organizzarsi per rivendicare riforme radicali dalla politica, oppure la democrazia rappresentativa della politica perderà ulteriore terreno se risponderà alla piazza con la sola repressione, avvitandosi in pericolose derive autoritarie.

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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