
Il Premio Nobel per la pace 2026 è stato attribuito a Navy Pillar, una giurista sudafricana di ottantacinque anni che ha trascorso la vita a difendere con coraggio e senza mezzi termini la giustizia e il diritto internazionale.
Un Premio attribuito ad Oslo con una chiara intenzione e posizione politica, cioè quella di inviare un messaggio trasparente e senza ambiguità in difesa delle Istituzioni internazionali di giustizia e, in particolare, della Corte Penale internazionale, oggi sotto pesante attacco da parte degli Stati Uniti e di Israele. Non solo, e più generalmente, è anche un messaggio a quei Paesi che considerano uno strumento a geometria variabile il diritto internazionale o “che vale fino a un certo punto” (dixit Tajani), ribadendo con forza che è necessario “garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio vengano perseguiti”.
Navy Pillar è una donna la cui carriera si è essenzialmente svolta nella generale difesa dei diritti dell’uomo, a partire, nel suo Paese, dalla lotta contro l’apartheid fino, a livello internazionale, con la Presidenza del Tribunale internazionale per il Rwanda e a seguire, all’Aja, come membro della Corte internazionale di Giustizia e poi giudice durante i primi anni della Corte Penale Internazionale. In seguito su invito dell’ONU, ha ricoperto a Ginevra la funzione di Alto Commissario per i diritti umani, concludendo la sua carriera a capo della Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU sui territori palestinesi occupati, che ha portato all’accusa di “genocidio” da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese a Gaza. Al riguardo, la Corte penale aveva emesso nel novembre 2024 un mandato di cattura internazionale nei confronti del Primo Ministro Netanyahu e del Ministro della Difesa Yoav Gallant.
Se da parte israeliana il conferimento del Premio Nobel per la pace a Navy Pillar è stato accolto con ira e accuse di falsità nei confronti di Israele, è da parte degli Stati Uniti e dell’Amministrazione Trump che le minacce di distruzione della Corte Penale Internazionale hanno ripreso vigore e determinazione. Dopo l’assegnazione del Premio, sono state decise infatti nuove sanzioni che vanno oltre quelle già imposte a singoli giudici e procuratori, perché volte a vietare le transazioni con la Corte “tagliandone le risorse e paralizzando la sua capacità di operare”, sanzioni inoltre che potrebbero colpire anche le società che forniscono servizi alla CPI .
Una decisione che ha sollevato indignazione in gran parte della comunità internazionale, nelle Istituzioni multilaterali e nella società civile. L’Unione Europea ha reagito in modo unanime condannando le sanzioni di Washington e riconfermando il sostegno alla CPI in quanto organo super partes a difesa della giustizia internazionale e indispensabile per il perseguimento dei crimini più gravi contro l’umanità.
Altri Paesi, Canada, Danimarca, Germania, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito hanno sottoscritto una Dichiarazione congiunta dal seguente tenore :”Noi, Stati membri dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale ribadiamo il nostro continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, imparzialità e integrità della CPI. (…) Esprimiamo il nostro rammarico e la nostra ferma opposizione all’annuncio delle sanzioni che gli Stati Uniti intendono imporre alla Corte”.
Infine, il Belgio, seguito da gran parte delle organizzazioni della società civile europea come Arci in Italia, ha chiesto all’Unione Europea l’attivazione dello Statuto di blocco, uno strumento che permetterebbe di rendere illegali e inapplicabili nell’UE le sanzioni estere rivolte alla Corte.
La posta in gioco è quindi altissima e la fermezza europea e internazionale nei confronti dei disegni di distruzione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti sarà indispensabile e sempre più decisiva nei mesi a venire.











