Se i giovani si fanno carico di un futuro migliore

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In Francia, in Italia e in Belgio in particolare, il 17 ottobre scorso ha segnato il giorno più buio delle manifestazioni degli studenti, scesi nuovamente in piazza per difendere il loro diritto allo studio e chiedere condizioni di accesso all’istruzione più dignitose e con investimenti pubblici più adeguati.  A fronte di legittime richieste per un futuro diverso, le manifestazioni sono state purtroppo prese in ostaggio da movimenti di estrema violenza e di guerriglia urbana, con le devastazioni che i media ci hanno mostrato. 

Le proteste nell’Unione Europea non sono tuttavia le  uniche che riportano alla luce tutto il malessere sociale percepito e subito in particolare dalle giovani generazioni, quelle che chiamiamo “generazione Zeta”, ma emergono anche in altri Paesi, vicini e lontani, con motivazioni simili ma anche con una visione a sfide più globali.

Ai confini orientali dell’Unione, infatti, e in Paesi dei Balcani candidati all’adesione, Albania e Serbia,  i giovani si sono mobilitati da tempo. In Albania le manifestazioni sono iniziate per contrastare un discutibile progetto immobiliare della famiglia del Presidente Trump, trasformandosi con il tempo in vere e proprie rivendicazioni politiche : dalla riforma del sistema educativo alle dimissioni del Primo Ministro Edi Rama, dalla lotta alla corruzione, alla riforma elettorale e alla costituzione di un nuovo Governo rispettoso dello Stato di diritto. Anche in Albania, a Tirana, il 17 ottobre ha visto aumentare la violenza e il braccio di ferro con il Primo Ministro fra le fila dei manifestanti, mandando tuttavia nel contempo un messaggio forte sul lungo percorso politico che ancora aspetta l’Albania e di fronte al quale i giovani non hanno alcuna intenzione di tirarsi indietro.

In Serbia le proteste sono iniziate due anni fa con il crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad, causando la morte di sedici persone. Convinti che la causa della tragedia fosse la corruzione dilagante fra le sfere del potere, gli studenti sono scesi in piazza coinvolgendo insegnanti, agricoltori e pensionati di tutto il Paese, in rivendicazioni di più largo respiro, come ad esempio lo protezione delle risorse di litio e quella dello Stato di diritto. A due anni di distanza il movimento studentesco si è  strutturato, riuscendo a trasformare il disagio e la collera sociali in progetto politico, tanto da presentare una propria lista elettorale, volta a sconfiggere nelle prossime elezioni legislative del 25 ottobre, il partito dell’ex Presidente  Alexsandar Vucic. 

Guardando a Paesi più lontani dall’Unione Europea, ci rendiamo conto di quanto i giovani di questa generazione siano presenti nell’affrontare politiche governative insensibili al loro futuro e inadeguate di fronte a grandi sfide. E’ il caso, ad esempio, del movimento giovanile degli “scarafaggi” in India, alla testa di manifestazioni contro il governo del Primo Ministro Narendra Modi. Oggetto delle proteste, la revisione delle liste elettorali, che ha portato alla cancellazione di oltre 130 milioni di nomi e il rischio di una consistente privazione del diritto di voto nei confronti di parte della popolazione. 

Le proteste sono state molto importanti anche in Bangladesh, dove, con la rivoluzione di luglio 2024, il “movimento contro le discriminazioni della GenZ” ha ridefinito di fatto il panorama politico del Paese. Proteste recenti anche in Nepal, contro la corruzione e le forti diseguaglianze sociali, mentre in Indonesia, i giovani si sono mobilitati per denunciare la pericolosità e le ricadute dei cambiamenti climatici in corso.

Le proteste dei giovani si rincorrono quindi attraverso il mondo intero. Non è cosa da poco, visto che la posta in gioco è altissima ovunque per la serie di valori che rivendica e per il futuro migliore che vorrebbe costruire.

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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