Europa, la lezione di Ceuta

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Le straordinarie dimensioni del recente afflusso di migranti in provenienza dal Marocco verso la Spagna meritano riflessione per l’Unione Europea e, più in particolare, per alcuni suoi Paesi membri, non solo la Spagna, ma anche l’Italia il cui governo ha alzato il livello di allarme al punto da chiedere sconsideratamente la chiusura di Schengen e della libera circolazione con la Spagna.

Non ha perso tempo Roma a invocare uno speciale “stato di calamità”, senza interrogarsi sulle ragioni di questi movimenti e sulla gestione delle sue ricadute, diversamente da quanto ha fatto Madrid, prima destinataria dell’urto migratorio.

I governi di questi due Paesi mediterranei, entrambi sotto la pressione migratoria, hanno poco in comune su questo ed altri temi caldi del momento, al punto da vivere una competizione politica in  un quadro economico che vede la Spagna in netta progressione per il suo tasso di sviluppo, di gran lunga superiore a quello dell’Italia e con una politica estera coraggiosa, senza le ambiguità di quella italiana.

Si colloca in questo contesto la complessa vicenda dei giorni scorsi, anche per le difficili relazioni tra Spagna e Marocco, destinata a stimolare stimola una riflessione sull’Europa, la sua storia e la capacità di accoglienza dei suoi Paesi membri.

Innanzitutto sull’Europa che, non da ieri, è destinazione sognata da chi ne è separato solo da un esiguo braccio di mare, quasi un comprensibile invito ad attraversarlo per raggiungere una ricca e ancora democratica regione del mondo, anche se non è tutto oro quello che brilla, nella speranza di un futuro migliore.

In questo senso l’Europa funziona da calamita, spazio di diffuso benessere e di misure di protezione sociale, magari dopo essere stata in passato per quelle popolazioni una calamità, risultato di occupazioni coloniali di cui resta viva la memoria e, ancora evidente,  l’impatto oggi.

Di qui il bivio che ha davanti a sé l’Europa: essere una calamita in grado di attirare, controllare, governare e accogliere questi migranti, oppure considerarsi vittima di una calamità che rischia di travolgerla, spingendola a rinnegare la sua storia e le sue responsabilità, precipitandosi ad alzare i ponti levatoi, illusa di poter resistere all’assedio.

Questo mentre più d’uno, sul continente e oltre oceano, fa delle migrazioni un’arma geopolitica di pressione sulle nostre democrazie, ripromettendosi lauti compensi elettorali, come ormai da tradizione. 

La Spagna ha finora scelto coraggiosamente la prima strada, quella di un’accoglienza governata, memore anche del suo passato coloniale e facendo perno sulla leva dello sviluppo economico cui associare attivamente i migranti.

L’Italia si è invece precipitata a invocare una grottesca chiusura delle frontiere europee e dichiarare lo stato di assedio, rassegnata ad invecchiare e declinare nel suo barcollante fortino, con l’illusione di contrastare i movimenti della storia che già la stanno portando ai margini del mondo.

Non sarà facile governare quanto avvenuto ai confini della Spagna, ma onore e merito a chi ci prova; poco apprezzamento invece verso chi si precipita a sbarrare la porta di casa, chiudendosi in una fragile fortezza e scaricando sui migranti – almeno su quelli che arrivano vivi a destinazione – l’ossessione identitaria, in una competizione a destra dello schieramento politico, non solo nazionale ed europeo, vista anche la complicità degli Stati Uniti, presenti nella crisi di Ceuta contro il governo spagnolo.

E’ sconfortante l’incapacità dell’Europa di fare leva sulla solidarietà: ci hanno timidamente provato Francia e Regno Unito, si sono schierati in favore della sospensione di Schengen Danimarca e Finlandia, con la Commissione europea che da una parte ha richiamato tutti, Italia in particolare, al rispetto dei Trattati e, dall’altra,  la sua presidente, Ursula von der Leyen, che ha confermato la sua simpatia per la linea dura, come richiesto dal Partito popolare europeo, a guida tedesca, e dalle destre, e non solo, dei Paesi UE.

Niente che sia di buon augurio per l’Unione Europea di domani.

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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