Governi nazionali e Istituzioni europee

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Bisognerà pure un giorno, per semplice regola di democrazia, chiarire “chi è responsabile di che cosa” nel governo della cosa pubblica nell’Unione Europea. Non è compito facile, ma non è un motivo per non provarci nei tempi confusi che viviamo. E farlo partendo dall’interrogativo sulle radici del problema: chi è all’origine delle Istituzioni europee?

L’assetto istituzionale UE è complesso ma non incomprensibile.

Quattro le Istituzioni fondamentali dell’Unione Europea, fin dalla costruzione della Comunità economica europea nata con il Trattato di Roma, di cui festeggeremo il settantesimo anniversario il marzo prossimo: il Parlamento, la Commissione, il Consiglio dei ministri e la Corte di giustizia.

Intanto non va dimenticato che tutte queste Istituzioni sono creature degli Stati nazionali, dei loro governi con relative ratifiche dei rispettivi Parlamenti, come avviene per l’adozione dei Trattati comunitari e della legislazione derivata.

Tra le quattro Istituzioni citate, lasciamo per ora da parte la Corte, sentinella del rispetto del diritto comunitario, concentrando l’attenzione sulle altre tre coinvolte nel processo decisionale e corresponsabili, in misura diversa, delle decisioni che concorrono alla “governance” dell’UE.

Per semplificare, ricordiamo che spetta alla Commissione prendere l’iniziativa di proposte per accompagnare il processo di integrazione, gestire il bilancio, vegliare alle intese e normative adottate in dialogo tra il Parlamento e il Consiglio dei ministri dei governi nazionali, al quale spetta l’adozione della decisione finale.

Alcune vicende recenti, come i vincoli confermati per l’Italia nel governo delle finanze pubbliche, hanno registrato alti lamenti di alcune forze politiche di maggioranza ritenendo “violentata” da poteri esterni la presunta “sovranità nazionale”. La presidente del Consiglio di suo vi ha letto anche un intento persecutorio nei confronti del governo da parte del nostro istituto di statistica, l’Istat, per i dati ufficialmente forniti nel rispetto delle condivise procedure internazionali.

È una buona occasione per un chiarimento.

La conferma per l’Italia della permanenza in procedura di infrazione per deficit eccessivo nel bilancio nazionale è frutto di una regola comunitaria, sottoscritta dopo lunghi confronti, anche dall’attuale governo che, del riformato Patto di stabilità UE del 2024, è di tutta evidenza il co-autore. Viene da pensare, in questo caso come in molti altri, al proverbio: “Chi è causa del proprio male, pianga se stesso” e magari smetta, tornato a casa dopo aver condiviso la decisione nel Consiglio dei ministri UE, di nascondersi dietro al facile e diffuso luogo comune: “ce lo ordina Bruxelles”.

Per logica estensione di questi semplici criteri di valutazione delle responsabilità, viene anche facilmente smascherato il facile alibi con cui i governi nazionale scaricano sulle Istituzioni UE le proprie responsabilità, contribuendo all’indebolimento e al discredito delle Istituzioni UE.

Lo fanno denunciando tutti i mali possibili di un’Europa che naturalmente loro vorrebbero migliore (come si credono loro), più efficace nella decisione (che prendono loro), più ambiziosa politicamente (senza darle le risorse finanziarie per le politiche attese), meno burocratica (dimenticando quanto sia agile la burocrazia nazionale): praticamente il migliore dei mondi possibile, pronto per loro su un piatto d’argento.

Come se questo scaricabarile non bastasse, capita anche che i governi nazionali alle prese con decisioni di loro responsabilità – come la destinazione degli extra-profitti alla riduzione dei costi dell’energia – chiedano all’UE, priva di competenza diretta in materia, di decidere per loro, sollevandoli dall’imbarazzo.

Da sperare che quando, speriamo un giorno non troppo lontano, si affronterà la riforma dei Trattati si ponga attenzione, tra l’altro, alla semplificazione e trasparenza dell’assetto istituzionale affinché i cittadini europei sappiano di chi sono le responsabilità delle decisioni prese nell’Unione Europea.

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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