Per l’Unione europea non è tempo di vacanza

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Le vacanze sono un diritto sacrosanto che i lavoratori si sono conquistati nel tempo con lotte e sacrifici. Non vale allo stesso modo per le Istituzioni democratiche nel mondo, in Europa e in Italia.
Nel nostro Paese sembra che la prospettiva delle vacanze parlamentari sia l’occasione per esasperare il dibattito pubblico con coefficienti di populismo in costante crescita, in particolare sul tema della sicurezza, in merito al quale la polarizzazione delle posizioni tra le “curve” dei social, si accompagna alla tensione mai allentata tra politica e magistratura, se non addirittura tra Palazzo Chigi e il Quirinale.


Non vanno in vacanza nemmeno i “predatori globali”, che si tratti della Russia in Ucraina, degli USA e di Israele in Medio Oriente, mentre incassa benefici in silenzio la Cina, mentre lo Stretto di Hormuz resta impraticabile e quello di Bab el-Mandel è pronto per una chiusura che si ripercuoterebbe drammaticamente sul passaggio dei trasporti commerciali verso il Mediterraneo attraverso il Canale di Suez.
La percezione è che siano già in vacanza le Istituzioni europee, previste dal calendario per il Parlamento europeo, molto meno per il Consiglio dei ministri UE e per la Commissione.
Il Consiglio continua a macinare riunioni sotto la guida semestrale appena iniziata dell’Irlanda, Paese neutrale con qualche imbarazzo ad affacciarsi su scenari bellici, e Paese disinvolto con il fisco in difficoltà a moderare la dura contesa in corso a proposito del futuro bilancio UE 2028-2034.
Resta a vigilare la Commissione europea, guardiana dei Trattati e leva operativa dell’Unione, teoricamente forte del suo potere esclusivo di iniziativa.
Purtroppo è proprio di questo potere che, negli ultimi tempi, non si vede un esercizio all’altezza delle sfide del momento. È vero che regolarmente, e sempre di più ultimamente, le proposte della Commissione vanno a sbattere contro le posizioni divergenti dei governi nazionali UE, come ad esempio nel caso dell’ultimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, pacchetto sul quale diversi Stati membri, in particolare la Grecia, hanno fatto a gara a depotenziarlo, mentre su quel versante la Bulgaria sembra candidarsi a recitare la parte dell’Ungheria di Viktor Orban. Sconfortante vicenda che fa il paio con la complicità di molti governi, tra i quali quello tedesco ed italiano, incapaci di accordarsi per le sacrosante sanzioni da infliggere ad Israele, sospendendo almeno il capitolo commerciale previsto nell’Accordo di associazione tra UE ed Israele del 2000.
Non meno sconfortante, al momento, l’esito del confronto commerciale con la Cina che prosegue senza rallentamenti la sua proiezione sui mercati europei mentre i governi nazionali UE, come confermato nel Consiglio dei ministri degli Esteri UE di lunedì scorso, non trovano un’intesa per una adeguata reazione, complice anche le riserve della Germania, ma non solo.
Quanto basterebbe per essere preoccupati per il futuro della nostra economia, sempre che a questa silenziosa aggressione commerciale non se ne aggiungano di nuove da oltre Atlantico, dove Donald Trump torna a minacciare una nuova guerra dei dazi che già ha colpito Canada e Brasile.
Ed è in questo periodo di “vacanza” che la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, dovrebbe trovare il tempo e l’orgoglio del potere di iniziativa affidatogli dai Trattati per mettere nero su bianco un progetto di rilancio nel “Rapporto sullo Stato dell’Unione” che dovrà presentare a settembre. Sul tema si è confrontata l’altro giorno con Mario Draghi, autore di un apprezzato “Rapporto sulla competitività” presentato ormai due anni fa, madelle cui 383 raccomandazioni solo 60 sono state attuate pienamente.
Sarà bene non perdere l’occasione dell’appuntamento di settembre per avere una convincente strategia europea di sviluppo che coniughi competitività con il resto del mondo e coesione sociale in casa, anche in vista delle importanti elezioni politiche dell’anno prossimo in Francia, Italia, Polonia, Spagna e Grecia che potrebbero modificare il futuro profilo politico dell’Unione Europea.

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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