Unione Europea, Polonia e democrazia

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Nel suo discorso al Parlamento europeo a Strasburgo, il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, nella sua funzione di presidente del Consiglio UE in questo primo semestre dell’anno, ha molto sottolineato i rischi che corre di questi tempi la democrazia. Lo ha fatto mettendo soprattutto in evidenza la minaccia che in proposito viene dall’esterno all’Unione Europea, ma restando discreto su quanto avviene al suo interno, come per esempio in Polonia e Ungheria.

A risollevare l’argomento ci ha pensato il giorno dopo la Commissione europea, che nel suo ruolo di “guardiana dei Trattati” sta intensificando il controllo su quanto avviene in particolare sul fronte della democrazia in Polonia. Una storia che ormai dura da anni, da quando nel 2017 sono state aperte le prime procedure di infrazione allo Stato di diritto in Polonia, in particolare a proposito del non rispetto dell’indipendenza della magistratura. Fin dal 2019 era intervenuta anche la Corte europea di giustizia, sollecitata ulteriormente dalla Commissione di fronte alle mancate risposte attese dal governo polacco. 

È in questo clima di costanti tensioni tra Bruxelles e Varsavia che si arriva, a fine 2020, all’adozione da parte del Parlamento europeo e del Consiglio UE del “regime generale di condizionalità per la protezione del bilancio dell’Unione”. Questa decisione, destinata a proteggere il bilancio dell’UE da chi non rispetta le regole della democrazia, interviene in occasione dell’adozione di due importanti strumenti finanziari europei, il bilancio settennale 2021-2027 e lo straordinario “Piano europeo per la ripresa” (Recovery fund), con una dotazione complessiva di poco meno di duemila miliardi di euro. Quanto basta per stimolare appetiti, in particolare proprio da parte di Paesi come la Polonia, abituati da anni ai generosi contributi dell’UE.

Per le Istituzioni UE è anche l’occasione per condizionare l’erogazione di quei contributi al rispetto delle regole della democrazia in nome di una corretta gestione del bilancio, comprensivo del rispetto dei Trattati.

Viene da questa travagliata storia anche l’iniziativa della Commissione europea del 20 gennaio scorso. Avvalendosi di un precedente pronunciamento della Corte europea di giustizia che comminava alla Polonia una multa di un milione di euro per ogni giorno di non rispetto delle proprie sentenze, la Commissione ha reclamato al governo polacco il pagamento di 69 milioni di euro, precisando che “Varsavia ha ormai 45 giorni di tempo per cominciare a pagare, altrimenti le verrà notificata una nuova domanda di pagamento, questa volta gravata dagli interessi di mora”.

La cosa si fa più seria se si va a vedere da vicino il dispositivo sanzionatorio previsto dalla Commissione che si riserva, se nulla cambia, di dedurre l’importo previsto dalla multa dai fondi europei destinati alla Polonia. 

Se poi a queste misure si aggiunge un altro contenzioso tra la UE e la Polonia, relativo alla minaccia di un’altra multa di 500mila euro al giorno per aver mantenuta in attività una centrale elettrica a carbone con pesanti inquinamenti nel territorio della Repubblica ceca, allora si comincia ad avere un’idea tanto della gravità del conflitto in corso che della determinazione delle Istituzioni UE impegnate nella salvaguardia dello Stato di diritto e della democrazia.

Tutto questo avviene sullo sfondo di una presa di distanza della Polonia dal rispetto del diritto comunitario cui il governo polacco oppone la priorità del diritto nazionale, aprendo un conflitto istituzionale senza precedenti che l’Unione ha interesse a risolvere con urgenza prima che venga smontato, pezzo a pezzo, l’edificio comunitario faticosamente costruito in questi settant’anni.

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