Unione Europea in lotta alla corruzione

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Non è tempo di buone notizie nel mondo, in Europa e in Italia. Per il governo del Belpaese, proprio all’indomani del referendum, ne è arrivata una poco gradita dal voto del Parlamento europeo il 26 marzo scorso, con l’approvazione della Direttiva per prevenire e contrastare la corruzione nell’Unione Europea.

La Direttiva, una legge-quadro vincolante per tutti gli Stati membri UE, è stata approvata dal Parlamento europeo a larghissima maggioranza con 581 voti a favore, 21 contrari e 42 astensioni: tra gli eurodeputati italiani il solo contrario, il “patriota italiano” Vannacci.

In tempi normali sarebbe una notizia come tante sul rispetto dello Stato di diritto, ma con un particolare che non va sottovalutato: ritorna sul banco degli imputati, tra gli altri, proprio l’Italia che aveva eliminato, con  ministro Nordio nel 2024, il reato di abuso d’ufficio, rientrato adesso nella lista dei reati da contrastare in una Direttiva che ha avuto il voto favorevole anche di Fratelli d’Italia.

E’ solo un episodio delle disinvolture legislative italiane recenti con conseguenti inversioni di marcia, ma si inserisce in un contesto che ne segnala il rilievo particolarmente inquietante.

La cronaca quotidiana ci ricorda che siamo un Paese collocato in pessime posizioni nella graduatoria degli Stati ad alto tasso di corruzione, ne scontiamo un costo che si aggira oltre 200 miliardi di euro l’anno, con il risultato di indebolire, insieme con la nostra economia, anche la nostra affidabilità nell’Unione Europea, oltre che danneggiare il bilancio UE.

Tutto questo si inserisce nel quadro delle nostre infrazioni nell’UE: a fine 2025 erano 69 le procedure di infrazione aperte dall’Unione Europea nei confronti dell’Italia: 55 per violazione del diritto UE e 14 per mancato recepimento di direttive comunitarie. Un fardello pesante da portare quando ci si siede ai tavoli di Bruxelles, tanto più se già ci si va tenendo il piede in due scarpe, oscillando tra una sponda e l’altra dell’Atlantico e variando le alleanze, finendo per scegliere regolarmente quelle meno influenti.    

Presto su quei tavoli tornerà anche l’annoso problema irrisolto delle concessioni balneari a ricordare la distanza tra il malconcio Stato di diritto italiano e quello sotto attacco nell’Unione Europea, in una stagione che registra un accanimento contro regole liberamente condivise, in un mondo dove il presunto diritto della forza disarma la forza del diritto, come avviene nelle guerre in corso.

In questo quadro anche il reato di abuso d’ufficio, in un’Unione dove per l’economia comunitaria le forniture pubbliche rappresentano valori importanti, è un tassello importante per la salvaguardia di un corretto esercizio dei mercati, una garanzia di equità e di trasparenza.

Adesso i Paesi UE dovranno aggiornare le loro strategie nella lotta alla corruzione e darne informazione alla Commissione europea, la guardiana del diritto comunitario sul quale vigila con severità la Corte europea di giustizia, i cui pronunciamenti prevalgono sul diritto nazionale.

Come dire che ci sarà molto da fare in Italia, dopo quanto accaduto con il referendum, per allineare la legislazione italiana con quella europea, facendo ricorso a ben altre riforme che non a quelle relative alla separazione delle carriere e del sorteggio per il Consiglio superiore della magistratura.

Grande sarà ancora una volta la tentazione per il governo di ammorbidire la trascrizione della Direttiva UE sulla corruzione per proteggersi dal reato di abuso d’ufficio e cercare di salvare la faccia.

E’ venuto il tempo, ed è adesso, di chiarire l’intensità dell’adesione dell’Italia al progetto europeo liberamente sottoscritto, anzi sarebbe già tempo di lavorare a quello del futuro come dovuto per l’Italia, Paese fondatore delle prime Comunità europee e partner di potenziale prima grandezza tra gli attuali 27 Stati membri dell’Unione.

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