Unione Europea e il regalo avvelenato all’Italia

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Nel gergo di Bruxelles, non sempre comprensibile agli umani, lo chiamano “semestre europeo” a fronte del “semestre nazionale”. Non significa che l’anno è a metà europeo e a metà nazionale, anche perché di questi tempi, se si dovessero misurare tempi ed interessi, la dimensione nazionale prevarrebbe di gran lunga su quella europea.

Proviamo a tradurre: per Bruxelles “semestre europeo” occupa la prima parte dell’anno, nella quale le Istituzioni comunitarie formulano “raccomandazioni” per orientare e far convergere le politiche economiche del Ventisette; “semestre nazionale” è la seconda parte dell’anno durante la quale i Paesi membri, avvertiti da Bruxelles dei relativi vincoli finanziari e dei limiti delle loro politiche economiche, debbono definire i loro bilanci annuali e sottoporli alla valutazione delle Istituzioni comunitarie.

E’ questo il contesto in cui si inseriscono le “Raccomandazioni” che la Commissione europea, dopo aver comunicato il mese scorso ai Ventisette le non rosee previsioni economiche, ha reso pubbliche mercoledì scorso, da leggere anche tra le righe, avendo in mente il quadro italiano non proprio rassicurante su bassa crescita, alta inflazione e aumento del debito pubblico.

Per l’Italia era anche il momento di ottenere una risposta alla domanda del governo italiano di nuove flessibilità per far fronte all’impennata della spesa energetica e anche questa è arrivata, insieme con le citate “raccomandazioni” del “semestre europeo”.

Non stupisce che il governo italiano in quella parte di risposta vi abbia letto il risultato del suo negoziato con Bruxelles, stupirebbe di più se a Roma non leggessero attentamente il resto del messaggio.

A una contenuta flessibilità, che potrebbe consentire all’Italia un ulteriore sforamento complessivo dello 0,6% del PIL nel bilancio nel triennio 2026-2028, si accompagnano messe in guardia e l’invito a non usufruire di quello sforamento per la dipendenza dai combustibili fossili importati, come nel caso di misure non mirate sulla riduzione delle accise sui carburanti, con la raccomandazione invece di usarlo per accelerare una transizione verso le energie alternative, in grave ritardo.

Tradotto: sì agli investimenti per una revisione strutturale della politica energetica e no all’aumento della spesa corrente che potrebbe essere incentivata dalla lunga campagna elettorale nella quale siamo entrati da tempo, con la tentazione della maggioranza di blandire le sue potenziali clientele.

Questo spiega perché va letto con molta attenzione il documento complessivo delle “raccomandazioni” della Commissione, appena reso pubblico. Non potendolo fare qui in dettaglio, limitiamoci ai rilievi principali rivolti al governo italiano che, sulla bilancia, pesano molto di più che non le limitate concessioni di flessibilità.

Per rendersene conto basta un elenco sommario delle principali raccomandazioni relative alla crescente preoccupazione per il debito pubblico italiano, alla bassa produttività,  al divario Nord-Sud e al declino demografico, con l’impatto a termine difficilmente sostenibile sulla spesa pensionistica.

Non meno pesanti sono le valutazioni sulle mancate riforme all’origine della lentezza della giustizia civile, della debolezza della Pubblica amministrazione, al ritardo nell’utilizzo dei fondi di coesione e alle limitazioni nei mercati dell’energia e dei trasporti, per non parlare delle mancate riforme fiscali, con sullo sfondo la deriva dei condoni e delle sanatorie e il richiamo alla revisione delle rendite catastali. 

Come se non bastasse, non manca un richiamo alla perdita di potere d’acquisto dei salari con un richiamo alla riduzione della precarietà nel mercato del lavoro e al rafforzamento della contrattazione collettiva, senza dimenticare i rilievi sulle carenze in materia di sanità e istruzione.

La lista citata delle raccomandazioni di Bruxelles è tutt’altro che esaustiva, ma già così dovrebbe moderare la disinvolta soddisfazione di Roma e consentire, a chi ha occhi per vedere, di leggere i numeri che dalle Agenzie statistiche europee ed italiane e dalle Organizzazioni internazionali misurano periodicamente il quadro economico e politico della nostra tanto declamata “Nazione” che qualcuno a Roma pretende stia dando la “linea” all’Europa.

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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