Una pax africana in Europa?

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È stata una visita inattesa quella della delegazione africana a Kiev e a San Pietroburgo, una visita che voleva portare all’attenzione del mondo anche il tentativo dell’Africa di proporre una mediazione nel conflitto in corso. 

Guidata dal Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e composta dai Presidenti del Senegal, delle Comore, dello Zambia, nonché dal primo ministro egiziano e dai Capi di Stato del Congo e dell’Uganda, la delegazione africana ha messo piede a Kiev proprio nel momento in cui veniva lanciata la controffensiva ucraina e mentre piovevano missili russi anche sulla capitale. 

Portava quindi, in uno dei momenti di più alta tensione del conflitto, un piano di pace in dieci punti, simile a tutti quei piani che purtroppo si sono arenati di fronte al rifiuto categorico di un dialogo fra le due parti. Ma il piano africano, a differenza dei precedenti, è un messaggio di pacificazione per far comprendere tutte le sofferenze che questa guerra sta causando a molti Paesi fragili e vulnerabili nel mondo, in  particolare ai popoli dell’Africa. 

In gioco infatti la sicurezza alimentare del continente, che sta subendo le conseguenze economiche più disastrose di questa guerra che dura ormai da sedici mesi: molti Paesi africani dipendono infatti dalla Russia e dall’Ucraina per le forniture di grano, di olio vegetale e di fertilizzanti, mentre subiscono in pieno l’aumento del costo delle materie prime.  

Non solo, ma la scadenza a luglio dell’accordo sull’esportazione di grano ucraino nel Mar Nero, mediato da Turchia e ONU, è oggi sotto il ricatto d Putin, che minaccia costantemente di ritirarsi con il motivo che la parte ucraina non ha rispettato i termini dell’accordo. Una prospettiva che preoccupa non solo i Paesi africani ma anche tutto l’Occidente, per il disastro umanitario che ciò potrebbe causare.

Il tentativo africano di mediazione riporta tuttavia sotto i riflettori i cambiamenti geopolitici in corso messi in evidenza dalla guerra. In primo luogo la risposta di apertura di Mosca alle richieste di dialogo da parte dei leader africani rivela, da una parte, la necessità per Putin di dimostrare di non essere solo in questa sua sciagurata avventura guerriera, che il suo isolamento si limita all’area occidentale e di poter contare su rapporti con Paesi parte di uno scenario africano sempre più strategico nel “nuovo” ordine mondiale. Sono Paesi che fanno parte di quel “Sud globale” che si sta lentamente delineando, Paesi definiti “non allineati” e che cercano di intrattenere quella “neutralità strategica” capace di dialogare con le due parti in conflitto e oltre. Con il rischio che questa scelta di neutralità vada, in particolare, a favore della Russia.

Il piano di pace africano infatti, oltre a portare l’Africa come attore sulla scena internazionale, fa seguito a quello di altri Paesi che vanno nella stessa direzione, dalla Turchia, al Brasile, dall’Indonesia alla Cina. 

Il fatto inoltre che la delegazione africana abbia incontrato il Presidente russo a San Pietroburgo, dove si stava svolgendo il Forum economico internazionale, aggiunge una riflessione supplementare sull’isolamento di Putin. Abbandonato dai leader occidentali e con la consistente fuga di investimenti, il Forum di quest’anno ha visto la partecipazione di molti esponenti del “Sud Globale”, ad indicare che il mondo e l’ordine mondiale conosciuto finora sta aprendo le porte a nuovi attori e a nuovi rapporti internazionali. 

La sfida, oltre la guerra in corso, non è da poco, soprattutto per l’Europa e l’Occidente.

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