Un voto per spingere l’Ue a ripartire

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Il voto del 26 maggio per il Parlamento europeo non segnerà la fine di un’Unione Europea che qualcuno vorrebbe “rivoltare come un calzino”, ma non sarà nemmeno ancora il compimento di un progetto, straordinariamente coraggioso, che già ci ha dato un eccezionale lungo periodo di pace ma ancora deve mettere in sicurezza questo continente e promuoverne lo sviluppo.

Sarà più realisticamente una tappa importante su un percorso difficile e ancora tutto in salita per raggiungere il traguardo di quella “Patria Europa” sognata dai Padri fondatori, costruita dai loro figli più saggi e oggi messa in pericolo dalla prepotenza di figure che con quei Padri e figli non hanno nessuna parentela: figure e figuri che adesso, senza memoria del passato e visione del futuro, rischiano di riportare indietro l’orologio della storia quando, nella tragica prima metà del ‘900, a due riprese abbiamo assistito al “suicidio” dell’Europa.

In tanti e da tanto tempo abbiamo lavorato per costruire il futuro dell’Unione Europea, profondendo tutto l’impegno di cui siamo stati capaci per stimolare cittadini consapevoli, i più giovani soprattutto, a riprendere nelle loro mani il destino dell’Europa. Lo abbiamo fatto insieme alle Istituzioni democratiche locali, nazionali ed europee, senza mai nascondere dissensi e critiche sulle politiche condotte in particolare in questi ultimi dieci anni di crisi economica e sociale, quelli che hanno registrato la diffusione di pericolosi movimenti nazional-populisti. Purtroppo non abbiamo capito subito la loro pericolosità, abbiamo tardato a cogliere le ragioni delle loro nostalgie sovraniste e delle loro velleità anti-sistema.

Quando finalmente abbiamo capito, abbiamo intensificato le nostre azioni di contrasto, lanciando l’allarme e raccontando con più convinzione i benefici dell’Unione, nonostante gli errori fatti e le occasioni mancate.

Darà una prima indicazione il voto su quanto siamo stati capaci di recuperare terreno in questa contesa tra europeisti e sovranisti, tra chi vuole andare avanti e chi vuole tornare indietro.

Il 27 maggio sarà comunque per noi il giorno della ripartenza, forti delle lezioni che abbiamo imparato da Brexit, dalle democrature di Orban e associati e dalla deriva verso l’estrema destra della recente politica italiana e non solo.

Ma perché ripartenza ci sia non dobbiamo mancare l’occasione che la storia ci offre domenica 26, andando a votare per dare il nostro consenso alle forze di progresso in grado di rappresentarci in Parlamento, di associarsi in gruppi politici coerenti che esprimano una maggioranza plurale in favore del rilancio dell’Unione, portando a Strasburgo parlamentari che non solo rispettino la parità di genere, ma anche l’esigenza di sangue nuovo di cui le Istituzioni UE hanno bisogno, meglio se saranno profili capaci di interpretare i problemi del nostro territorio.

Il 26 maggio il voto è libero ma questa volta, per la particolare stagione che viviamo, è anche obbligatorio. Come obbligatorio è non sbagliarsi nella scelta: orienterà la vita futura di tutti noi, quella dei più giovani in particolare. Se sbagliamo, dovremo aspettare maggio del 2024 per riparare l’errore. Potrebbe essere tardi.

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