Un segnale per Putin

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Le cifre che confermano i risultati delle elezioni legislative che si sono svolte in Russia il 4 dicembre scorso mandano un messaggio chiaro al Primo Ministro Vladimir Putin e al suo Partito «Russia Unita»: un crollo del 15% dei voti quando si hanno in mano tutte le leve del potere significa, senza mezzi termini, una sconfitta elettorale.
Il partito di Putin ottiene infatti il 49,5% dei voti che permetterà   comunque, anche se con un margine di soli 13 seggi, di disporre dei numeri sufficienti per mantenere il controllo sulla maggioranza alla Duma, il Parlamento russo (238 seggi su 450). A raffronto delle precedenti elezioni del 2007, dove Russia Unita otteneva i due terzi dei seggi (315 seggi su 450), la perdita di consensi appare evidente, anche se il Presidente Medvedev interpreta un tale risultato come frutto «dell’umore popolare» e il Primo Ministro Putin di «eccellente risultato in tempi difficili».
Uno scrutinio che ha riservato una sorpresa anche per il Partito comunista che, rispetto al 2007 raddoppia i consensi, passando dall’11% a circa il 20%, conquistando una posizione più significativa in quanto principale partito d’opposizione alla Duma (92 seggi). Seguono i partiti «Russia giusta» con il 13% dei voti (64 seggi) e il partito Liberal Democratico di estrema destra con il 12% dei voti e 56 seggi. Il risultato di tutto ciಠè che nella Duma siederanno gli stessi quattro partiti ma con una diversa ripartizione dei seggi.
Un risultato che porta inevitabilmente ad alcune considerazioni. In primo luogo, questa nuova ripartizione dei seggi non rimette in gioco il peso dell’opposizione, visto che gli stessi partiti hanno sempre esercitato un’opposizione docile e leale al partito di maggioranza. In secondo luogo, con decisioni accorte, il Cremlino ha sempre cercato di sbarrare la strada a qualsiasi vera opposizione, mettendo la soglia di ingresso alla Duma al 7% dei voti. Su questo punto ne ha fatto soprattutto le spese il partito Yabloko, liberale e filoccidentale, arrivato, a livello nazionale al 4%, ma con punte ben più elevate in alcune città  .
Una terza considerazione consiste nel fatto che Russia Unita ha perso alla Duma quei 2/3 dei seggi che le avevano permesso, nella precedente legislatura, di portare modifiche alla Costituzione. Di queste, la modifica più significativa è quella già   avvenuta nel dicembre 2008 che porta da 4 a 6 anni il mandato presidenziale. Se si pensa che il Congresso di Russia Unita ha recentemente ricandidato il Primo Ministro alle prossime elezioni presidenziali del marzo 2012 e che quest’ultimo potrebbe restare in carica per 2 mandati, Putin potrebbe regnare fino al 2024. Difficile immaginare la necessità   di ulteriori modifiche alla Costituzione di una tale portata.
Lo svolgimento delle elezioni è stato inoltre segnato, come affermano gli osservatori dell’OSCE, da brogli, violazioni delle procedure e da manipolazioni per quanto riguarda le urne elettorali. Un aspetto che getta una luce alquanto inquietante sulla veridicità   e correttezza dei risultati ottenuti e interroga su quali siano veramente i sentimenti della popolazione nei confronti di un potere che si protrae da più di un decennio. I segnali di pessimismo non mancano. Un’economia che rallenta, una qualità   della vita che non migliora, un sistema industriale basato su monopoli e soprattutto una forte e diffusa corruzione segneranno il futuro scenario della Russia e dentro il quale il nuovo Presidente dovrà   muoversi. Ma non solo, perchà© queste elezioni potrebbero anche svelare il primo, primissimo segnale di una maggiore ed esplicita richiesta di pluralismo e libertà  .
Questi segnali non andrebbero sottovalutati, soprattutto dall’Europa, in costante difficoltà   ad intrecciare relazioni coerenti con la Russia, troppo spesso improntate ai soli aspetti di integrazione economica e di dipendenza energetica e poco attenti a quei valori che oggi, attraverso derive di potere o esigenze di stabilità  , toccano spesso il rispetto dei diritti fondamentali e la libertà   di espressione.

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