Un naufragio di ragione e coscienza

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Dirà da subito la coscienza delle persone coinvolte e, si spera in tempi brevi, la magistratura di chi sono state le responsabilità del naufragio di fronte alla costa calabrese il 26 febbraio. Il ministro dell’interno l’ha attribuita alla disperazione di chi fugge da guerre e fame, il ministro dei Trasporti e responsabile della Guardia costiera l’ha riservata agli scafisti, quasi fossero i soli protagonisti di una tragedia che resta una vergogna per quella politica che non è stata all’altezza dei suoi compiti istituzionali ed etici.

Intanto abbiamo assistito al deprimente spettacolo, non nuovo per la verità, dello scaricabarile con un rimpallo di accuse tra Varsavia, dove ha sede l’Agenzia della Guardia di frontiera e costiera Frontex e Roma, prima con le dichiarazioni del ministro degli interni e, praticamente fuori tempo massimo, della Presidente del Consiglio che ha dichiarato non essere pervenuti segnali di emergenza da parte dell’Agenzia europea.

Attribuire la responsabilità dell’accaduto a una mancata comunicazione non è un’accusa banale, visto che ne sono coinvolti un’Agenzia UE e il Governo di uno Stato membro. Già questo “incidente”, se correttamente documentato, induce qualche riflessione su come l’Italia sta in Europa e come l’Europa dialoga con l’Italia.

Sullo sfondo si profila un problema irrisolto di condivisione politica tra i diversi interlocutori e ritorna l’accusa dell’Europa che lascia sola l’Italia. Può anche essere, a patto però di non dimenticare le responsabilità di chi ha gridato fino a ieri “prima l’Italia” e “aiutiamoli a casa loro”, al punto che centinaia di migranti hanno trovato casa loro in fondo al mare.

A questa mancata condivisione politica si aggiunge – e in parte la traduce – una mancata politica comune dell’immigrazione, osteggiata dall’esibizione delle sovranità nazionali impegnate a difendere i sacri confini, salvo poi affidarne la sorveglianza a un’Agenzia europea, senza che sia europea la politica migratoria.

L’Unione Europea e i suoi Paesi membri, anche se in misura diseguale, hanno mostrato solidarietà e capacità di accoglienza per chi fuggiva dall’Ucraina aggredita dalla Russia, senza dimostrare analoghe aperture per chi è vittima di altre guerre, come se esistessero solo quelle che lambiscono le frontiere dell’UE.

Nel 2012 l’UE ha ricevuto un generoso premio Nobel per la pace, la sua, lasciando in ombra i conflitti in cui era stata coinvolta, anche se per interposti Paesi membri. Dopo l’invasione della Russia in Ucraina dovremmo aver capito che anche la guerra al di là delle nostre frontiere richiede una risposta, come la chiedono quanti bussano alla nostra porta. Tenerla chiusa senza rispettare il diritto internazionale e il diritto del mare mal si addice a un’Unione che nei primi articoli del suo Trattato , dopo aver dichiarato che “L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori”, prosegue affermando che essa “combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociale…”. E’ vero che tutti questi benefici sembrano riservati ai “suoi popoli”, come se si trattasse di proteggere una riserva di caccia da predatori e come se i diritti fondamentali non fossero universali.

Non farebbe male di questi tempi andare a rileggere l’art. 1 della “Dichiarazione universale dei diritti umani” dell’ONU, adottata nel dicembre 1948: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. 

Chi non agisce così, verrebbe da dire, non è dotato né di ragione né di coscienza.

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