Un Consiglio Europeo in attesa degli eventi

55

Era stato convocato come un Consiglio europeo “straordinario” quello che la settimana scorsa ha riunito i Capi di Stato e di governo, ma alla fine non è andato molto oltre la solita “ordinaria amministrazione” e non poteva essere molto diversamente visto il contesto geopolitico fuori dell’Unione e la competizione in corso in vista delle elezioni per il Parlamento europeo a inizio giugno.

Salvo imprevisti si trattava dell’ultimo Consiglio europeo di questa drammatica legislatura comunitaria 2019-2024, ma forse proprio per questo era lecito aspettarsi qualcosa di più ma alla fine ha prevalso la tattica del rinvio in attesa di una più coraggiosa strategia che disegni il futuro dell’Europa.

Non che qualche elemento di strategia non abbia tentato di insinuarsi nelle discussioni di Bruxelles con due proposte di prima grandezza con gli interventi, nel corso della settimana, prima di Mario Draghi e poi di Enrico Letta, autori di documenti che potranno pesare negli sviluppi futuri dell’UE e, forse anche, nella designazioni dei Vertici istituzionali che verranno deliberati all’indomani del voto europeo.

Ad oggi è prematuro dedicare troppa attenzione – come è stato fatto in particolare dai media italiani – al tema delle candidature alla presidenza della Commissione o a quella del Consiglio europeo per le quali circola da tempo il nome dell’ex-presidente della Banca centrale e ex-presidente del Consiglio italiano. I giochi sono appena incominciati e abbiamo imparato dal passato che dal cilindro di Germania e Francia può saltare fuori un coniglio inatteso, come fu il caso nel 2019 per Ursula von der Leyen, oggi candidata a succedere a se stessa non senza qualche difficoltà.

Meglio soffermarsi sulle proposte di Draghi e Letta, a quali era stato affidato il compito di mettere a fuoco potenzialità e limiti dell’Unione, rispettivamente sul futuro della competitività europea e su quello del Mercato interno. 

Le due voci, comprensibilmente raccordate e complementari, differivano non solo per i temi trattati ma anche per tonalità politica: più visionaria e di “rottura” quella di Draghi, più in continuità con le spinte del passato, la proposta di Letta, non a caso esponente in Europa della cerchia di quel Jacques Delors che negli anni ‘80 lanciò il progetto del completamento del mercato unico che sonnecchiava dai tempi del Trattato di Roma degli anni ‘50.

Se è facile intravvedere nelle due visioni relative agli sviluppi dell’economia e della società europea un orientamento in senso federale, stupisce che a farsene più deciso interprete sia stato Draghi, forse aiutato in questo dalla sua esperienza, negli anni 2011-2019, di Presidente della Banca centrale europea, dove si vota a maggioranza, e da dove era partito il salvataggio dell’euro a rischio: un luogo istituzionale di profilo federale avanzato dove si ritrovano oggi 20 Paesi UE su 27. 

Non è da escludere che venga anche di lì – oltre che dalla situazione di drammatica emergenza che viviamo – la convinzione che i tempi possano essere maturi per un balzo in avanti verso una progressiva sovranità europea, se non con tutti almeno con chi ci sta. E qui la proposta di orientamento federalista muove fra due poli difficili da conciliare: da una parte l’ambizione di approdare un giorno a uno “Stato europeo” – un’espressione almeno audace, con i tempi che corrono – e dall’altra di imboccare con urgenza questa strada senza aspettare la riforma dei Trattati, impresa lunga e disseminata di trappole. 

Tutto quello che si può fare – e non è poco – a Trattati costanti va fatto subito, anzi andava già fatto molto prima. Lo ha ricordato in questo contesto il Presidente Sergio Mattarella, richiamando alla memoria le parole di Luigi Einaudi nel 1954, quando già allora “lo spettro delle decisioni per i Paesi del continente si riduceva a “l’esistere o lo scomparire”.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here