UE e Italia in campo per la giustizia

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Non capita spesso che due forti iniziative politiche convergano nell’Unione Europea e in Italia, come sta accadendo sul tema della giustizia. A poche ore di distanza sono coincise la presentazione della Commissione UE di una comunicazione sullo stato della giustizia nei Paesi UE e la decisione del governo italiano di portare in Parlamento una riforma della giustizia attesa da tanto tempo e sollecitata a più riprese dall’Unione Europea.

In attesa che i partiti della larga – e non proprio omogenea – maggioranza del governo prendano posizione in Parlamento, non a caso richiamati da Mario Draghi ad atteggiamenti di “lealtà”, e che si giunga a un compromesso in grado di rimettere in moto l’esercizio dell’attività giudiziaria in Italia, anche per rispondere alle condizioni poste dal Recovery Fund, può essere utile allargare lo sguardo alla situazione europea con uno sguardo ai posizionamenti dell’Italia.

Il documento della Commissione, inviato l’8 luglio a Parlamento e Consiglio dei Ministri, non nasconde le preoccupazioni per lo stato di salute della giustizia europea e per i ritardi verso standard europei da parte di alcuni Paesi, tra i quali l’Italia. 

Gli indicatori presi in considerazione per la valutazione delle attività giudiziarie sono stati prevalentemente quelli dell’efficacia, della qualità e dell’indipendenza con il complemento, indotto dalla crisi pandemica, della nuova esperienza della digitalizzazione nell’amministrazione della giustizia.

La comunicazione della Commissione europea si colloca nel quadro più ampio del monitoraggio annuale sul rispetto dello Stato di diritto, reso pubblico in un Rapporto del settembre 2020, la cui lettura torna di attualità a fronte delle tensioni in corso sul tema tra le Istituzioni europee e Ungheria e Polonia.  

Il “cruscotto di bordo” che registra lo stato di salute della giustizia è troppo complesso per poterlo riassumere ed è un peccato: sarebbe prezioso per i cittadini disporre di uno strumento leggibile, anche a costo di risultare meno puntiglioso, e non delegare la riflessione sul tema agli addetti ai lavori. Forse una tale scelta renderebbe più adeguata la percezione che i cittadini hanno della giustizia, andando oltre i pur meritevoli sondaggi dell’Eurobarometro riprodotti nel documento. Questo strumento, che mira a misurare l’opinione dei cittadini, rivela tra l’altro una percezione sull’indipendenza dei tribunali e dei giudici prevalentemente negativa per quattro Paesi UE con l’Italia superata solo da Bulgaria, Polonia, Slovacchia e Ungheria, senza sorprese la peggiore dei peggiori. E che l’Italia si trovi in questa pessima compagnia non è una buona notizia.

Come forse non lo è, per un Paese come l’Italia, segnato da importanti ritardi nell’esercizio della giustizia, la comparazione del rapporto tra il numero dei magistrati e quello degli avvocati in Italia. Siamo tra gli ultimi Paesi per numero di magistrati e tra i primi per quantità di avvocati: su 100.000 abitanti ci sono in Italia, a fronte di 12 giudici, 400 avvocati; in Francia 100 avvocati a fronte di un equivalente numero di giudici. Forse qualcosa vuol dire.

Le conclusioni del documento sono ammirevoli per la discrezione: nessun Paese viene citato esplicitamente e le considerazioni finali delle 83 pagine del Rapporto, contenute in una quindicina di righe, sono un miracolo di sobrietà e si limitano ad attirare l’attenzione sul miglioramento della  digitalizzazione nell’amministrazione della giustizia e questo grazie al Covid.

Come dire che non tutte le disgrazie vengono per nuocere.  

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