UE: e adesso rispettare il Parlamento europeo

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Le vicende tortuose delle nomine dei nuovi Vertici europei non hanno fatto bene né alle nostre democrazie nazionali né a quella dell’Unione.

Non a quelle nazionali che spesso non hanno riconosciuto nelle decisioni del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo i consensi espressi nel voto locale, non alla “democrazia fra le nazioni” dell’Unione Europea, che si è esercitata nel voto del 26 e ha costatato il poco rispetto dei governi nazionali per l’esito elettorale europeo.

E’ questione complessa, ma troppo decisiva per il futuro delle nostre stanche democrazie rappresentative per non provare a fare un po’ di chiarezza, limitandoci alla democrazia in costruzione nell’UE.

Da quando nel 1979 abbiamo eletto con votazione a suffragio diretto il Parlamento europeo abbiamo apprezzato che le sue responsabilità e i suoi poteri siano cresciuti: vi abbiamo letto anche una crescita della nostra partecipazione di cittadini al governo dell’Unione, anche se abbiamo poi costatato che fino al 2014 è anche cresciuta l’astensione al voto, salvo ridursi significativamente di quasi 9 punti nelle ultime elezioni. In questo avevamo avevamo letto un segnale, seppure ancora debole (nel 2019 hanno votato solo metà degli aventi diritto), di ritrovata voglia da parte dei cittadini di orientare il futuro d’Europa.

Quanto è accaduto nelle ripetute riunioni del Consiglio europeo ha sollevato non poche perplessità, a cominciare dall’ingerenza dei governi nazionali nell’indicazione del candidato alla presidenza del Parlamento, nella persona del popolare Manfred Weber, continuando poi nel disattendere progressivamente, e alla fine totalmente, gli orientamenti emersi dal voto a proposito della candidatura alla presidenza della Commissione europea. Nelle condizioni date poteva essere comprensibile che quest’ultima potesse non derivare automaticamente dal voto – cosa peraltro non imposta chiaramente dall’attuale Trattato – ma sembrava compatibile, con la pratica democratica inaugurata nel 2014, la designazione di uno dei primi eletti nella competizione del 26 maggio, nella figura di Frans Timmermans, capofila del gruppo socialista classificatosi secondo al voto.

Si trattava a quel punto di una candidatura forte a più titoli e non è un caso che ad opporvisi per prima sia stata la banda di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca), purtroppo assecondata dall’Italia di Salvini: un’alleanza poco sensibile alle dinamiche della democrazia europea e poco rispettosa di un Parlamento nel quale sedeva sconfitta da una maggioranza europeista.

Il seguito è noto: il Consiglio europeo ha rimescolato le carte, trovando un’intesa per affidare le due poltrone principali a due donne, Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione e Christine Lagarde a quella della Banca centrale europea, oltre che la presidenza del Consiglio europeo a Charles Michel e Josep Borrell come Alto Rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza. 

E’ stata una discutibile distribuzione geografica degli incarichi, tutti collocati nella parte occidentale dell’UE, e di quella politica che, nella vincente “maggioranza europeista”, ha escluso i Verdi e fatto prevalere l’ala di centro destra. E non si è rimediato molto con l’autonoma decisione del Parlamento di darsi, come gli spettava, un presidente di area socialista, nella persona dell’italiano David Sassoli, cui sono però  mancati un centinaio di voti dei gruppi che lo sostenevano, oltre che quelli dei Verdi che avevano una loro candidata.

Resta adesso la partita aperta del voto parlamentare del 16 luglio per confermare o meno la scelta della candidata von der Leyen alla presidenza della Commissione e, successivamente, il gradimento o meno dei candidati commissari. 

Ad oggi il voto favorevole del Parlamento non è assicurato: i malumori nel nuovo emiciclo sono più che comprensibili visto quanto poco sia stato rispettato il voto degli elettori da parte dei governi nazionali.    

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