UE: arretrare le frontiere. E anche i diritti?

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Molti osservatori hanno commentato con favore il vertice di Parigi che il 28 agosto scorso, su iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron, ha visto riuniti i suoi colleghi di Italia, Germania e Spagna per l’UE e quelli della Libia, del Ciad e del Niger per l’Africa, con la partecipazione di Federica Mogherini, Alto rappresentante UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Insieme ai commenti favorevoli c’è anche chi ha parlato di novità: osservazione corretta, a patto di delimitarne il perimetro.

E’ stata una novità questa riunione dei quattro principali Paesi UE sul tema migrazioni e anche il tono delle dichiarazioni, elogiative per l’azione del governo italiano e generose nelle intenzioni per future cooperazioni più strette nell’UE su migranti e lotta al terrorismo.

Figura ancora tra le novità che questa iniziativa si iscriva nel disegno di un’UE a più velocità e l’ampliamento, ancora provvisorio, del duo Berlino-Parigi a Roma e Madrid.

Non è stata una novità la conferma di Angela Merkel di rivedere l’Accordo di Dublino sul diritto d’asilo, né la necessità di una strategia europea da parte di Macron, sempre nella speranza che prosegua con più determinazione in questa direzione.

Non è stata una novità il fatto che si sia trattato, per il momento, di un’iniziativa intergovernativa e non comunitaria né che nel gruppo dei quattro il ruolo di protagonista sia spettato, al di là delle apparenze, alla Cancelliera tedesca, lanciata ormai tra poco più di un mese alla conquista del suo quarto mandato alla guida della Germania, e in subordine a quella dell’UE.

Soprattutto non è ormai una novità la “linea della fermezza” che trasforma i confini in frontiere/barriere e, per riuscirci, punta ad arretrare queste frontiere il più lontano possibile dai confini dell’UE.

Era già capitato con la Turchia, con quel discutibile accordo voluto dalla Merkel per bloccare il “corridoio balcanico” e trattenere in Turchia migranti e profughi diretti verso l’Europa, e la Germania in particolare. Un accordo che sta costando caro all’UE non solo in soldi per foraggiare il sultano Erdogan, ma anche in rinuncia al controllo dei diritti fondamentali, affidando alla volpe la gestione del pollaio.

Nel caso del “corridoio del Mediterraneo”, a Parigi è passato il progetto, in parte italiano e in parte francese, di arretrare le frontiere esterne dell’UE all’interno della Libia, arginando i gommoni verso l’Italia, e di spostare ulteriormente le frontiere verso l’interno dell’Africa, contando sulla collaborazione – pagata a suon di milioni, se non di miliardi, di euro – di Paesi come il Ciad e il Niger, se necessario accompagnandola con rafforzate presenze militari, come da tempo usa fare la Francia in quella regione.

Naturalmente si tratta di un progetto mirato all’emergenza – ammesso e non concesso che di emergenza si tratti – ma condito con generose intenzioni di favorire lo sviluppo dei Paesi africani da cui fuggono i migranti, prevalentemente per ragioni economiche.

Due semplici domande per concludere: quale il destino dei diritti fondamentali per chi si troverà sequestrato in Libia e fermato nei Paesi africani ai suoi confini meridionali e quale il ruolo dell’Unione Europea in questo disegno tratteggiato a Parigi da quattro su ventotto Paesi UE?

Alla prima domanda la risposta provvisoria e poco rassicurante è che veglierà sui diritti dei migranti l’ONU, in collaborazione con l’UE. Come e con quali mezzi al momento non è chiaro. Sarebbe più attrezzata a farlo l’UE, viste le sue competenze e le risorse finanziarie di cui potrebbe disporre, ma a condizione che quel disegno trovi un consenso in seno al Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo.

Esito non facile quando si sa che la Gran Bretagna è, forse, in uscita e la banda dei quattro di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca) ha già largamente fatto capire che non gradisce.

Non sarà necessario molto tempo per capire se alle parole di Parigi seguiranno i fatti di Bruxelles.

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