
Per l’Unione Europea nelle guerre in corso non c’è un solo fronte da difendere né una sola linea di difesa da affrontare. I fronti sono almeno di due tipi, quello fisico e quello del diritto, non sempre chiari e spesso intrecciati tra di loro.
Partiamo dai fronti geografici, quelli che si sono andati disegnando in secoli di storia e che si sono assestati nel secolo scorso, dopo le tragedie delle due guerre mondiali. Sono stati fissati da accordi internazionali imposti perlopiù dai Paesi vincitori e di quell’origine mantengono tutta la fragilità, affidata alla protezione degli eserciti e al diritto internazionale. Adesso che il diritto internazionale sta andando a pezzi, ritornano protagonisti gli eserciti e anche i confini rischiano di scricchiolare, quando non di essere violati dalla prepotenza dei predatori globali.
Ed è proprio questo l’altro fronte sul quale è schierata oggi l’Unione Europea: quello tra la proclamata forza del diritto e il preteso diritto della forza, un campo di battaglia che vede da una parte l’Unione Europea e dall’altra governi come, tra gli altri, quello russo, iraniano, israeliano e statunitense, seppure con intensità e modalità diverse.
Sul fronte della difesa del diritto, l’Europa ha una lunga storia che si può far risalire alla cultura giuridica romana, arricchita da sensibilità religiose, come tra le altre quella francescana, rafforzata in avvio verso la modernità dalle aperture dell’umanesimo rinascimentale – Erasmo un nome fra tanti – e aggiornata dalla cultura illuminista, come nelle considerazioni sulla “pace perpetua” di Kant, in una prospettiva di “democrazia cosmopolita”.
Sono queste alcune tra le fonti che alimentano all’origine il diritto internazionale e quello europeo, oggi trascritto per l’Unione Europea nei suoi Trattati fondativi e nella sua Carta dei diritti fondamentali e, per il Consiglio d’Europa, nel Trattato di Londra del 1949.
Fino a ieri questi principi erano sostanzialmente condivisi in una sede mondiale come l’ONU e variamente rispettati in molti Paesi, in particolare quelli dell’Occidente, prima che questo si frantumasse sotto i colpi della Russia e con il ritorno di Trump alla guida degli USA.
Ad oggi l’Unione Europea, nel suo insieme, ha resistito alle aggressioni di diversa natura portate al diritto, in particolare con la tenace opera della Corte europea di giustizia, insieme alla “maggioranza europeista” nel Parlamento di Strasburgo, mentre meno lo ha fatto una Commissione europea timorosa e troppo poco il Consiglio europeo dei governi nazionali. Qui si sono manifestate falle non indifferenti al rispetto dello Stato di diritto, come in passato con la Polonia e senza interruzione da anni in Ungheria, e non sono mancate infrazioni anche in Italia, come nel caso dei migranti, come risulta ancora da un recente pronunciamento della Corte europea di giustizia nei giorni scorsi.
È questa l’Unione Europea chiamata ad “andare al fronte” per difendersi non solo, se necessario con le armi, ma molto più con la forza del diritto, condannando apertamente le violazioni della legittimità internazionale nella guerra in Iran, ma anche prima in Ucraina , Palestina e Venezuela, come ha fatto senza esitazione il Primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, e pochi altri, con l’imbarazzante silenzio, tra gli assenti, del governo italiano.
Certo senza dimenticare che sono molti i commentatori che valutano ormai inoperante il diritto internazionale e altri che lo giudicano di natura fragile fin dalle sue origini, vista la prevalenza da sempre della violenza sul dialogo tra nazioni tendenzialmente ostili tra di loro. Una buona ragione per l’Unione Europea di riaprire un cantiere per la riedificazione di una civiltà del diritto al servizio di una nuova convivenza internazionale prima che sia troppo tardi.











