Ucraina, la diplomazia e la guerra

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È trascorso ormai un mese dall’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia e ben pochi sono gli spiragli per percepire una tregua e, ancor meno, una prospettiva di pace. Il disastro è, fin da ora, di immane vastità, con il suo carico di milioni di sfollati e profughi, di distruzioni, di resistenze e di odi crescenti. Non solo, ma questa guerra, a noi sempre più incomprensibile, sta girando velocemente le pagine della nostra storia recente, sta mettendo in pericolo l’architettura e l’equilibrio delle Istituzioni e delle relazioni internazionali e proietta all’orizzonte le ombre di un nuovo ordine mondiale di cui, ad ora, non conosciamo né valutiamo la portata.

Al di là dei Paesi NATO e dell’Unione Europea che hanno immediatamente adottato importanti sanzioni nei confronti di Mosca e condannato apertamente l’aggressione, è importante mettere in evidenza il lavoro diplomatico di altri Paesi per portare Russia e Ucraina al tavolo del dialogo per fermare la guerra e, se possibile, raggiungere un accordo di pace. È, in primo luogo, il caso della Turchia, Paese appartenente alla NATO, ma non allineato alle sanzioni occidentali, una situazione che gli permette di assumere un ruolo di mediatore.

Fin dall’inizio del conflitto il Presidente Erdogan, che ha tessuto consistenti relazioni e legami con la Russia malgrado l’appartenenza all’Alleanza atlantica, ha cercato di mantenere una posizione neutrale ed autonoma dalla NATO e dall’UE che gli permettesse, da una parte di continuare i suoi rapporti con Mosca e dall’altra di mandare concreti segnali di sostegno all’Ucraina attraverso l’invio di materiale militare. Ed è su questa linea che la Turchia sta lavorando di diplomazia per tenere vivi i negoziati per raggiungere un cessate il fuoco, guadagnandosi in tal modo un riconoscimento internazionale malgrado il precario ed imbarazzante equilibrio tenuto fra Mosca e l’Occidente. 

Non bisogna infatti dimenticare che la salvaguardia delle relazioni commerciali ed energetiche con la Russia è una questione di vitale importanza per Erdogan, dalla quale dipende in gran parte per il gas, l’alluminio e il grano, senza dimenticare l’impegno della società russa Rosatom per il completamento della prima centrale nucleare turca entro il 2023. Inoltre, la Turchia sta attraversando una crisi monetaria profonda segnata da un’inflazione che ha raggiunto in un anno quasi il 50%, cosa che mette seriamente in pericolo la tenuta di Erdogan al potere a circa un anno dalle prossime elezioni presidenziali. 

Un altro Paese che tenta la mediazione in questo conflitto è Israele. A pochi giorni dall’inizio dell’aggressione russa, il Primo Ministro Naftali Bennett ha cercato il dialogo con Mosca e Kiev, in una posizione particolarmente delicata e in equilibrio fra una condanna della Russia, ma senza infliggere sanzioni e un sostegno all’Ucraina, senza concedere armi, in particolare il sistema di difesa antimissilistica “Iron Dome” tanto richiesto dal Presidente Zelenski. Posizione delicata inoltre se si tiene conto, da una parte, della storica alleanza con gli Stati Uniti e dall’altra delle sfide geostrategiche che obbligano Israele ad una certa vicinanza a Mosca. Non va dimenticato infatti che a nord d’Israele c’è la Siria, con una forte presenza russa, in grado di rimettere in discussione, in caso di tensioni con Israele, il fragile equilibrio della regione. 

Ed infine c’è la Cina, per ora in attenta attesa e valutazione fra i propri interessi e tendere una pericolosa mano alla Russia. Un’attesa che la dice lunga tuttavia su quanto la pace in Ucraina sia intimamente legata a quella di un mondo sempre più interconnesso e purtroppo, sempre più ostaggio di una guerra globale.

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