Turchia, sull’orlo del cambiamento

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Era forse l’appuntamento elettorale più importante degli ultimi vent’anni per Erdogan e per la Turchia. Domenica 14 maggio infatti si sono svolte elezioni presidenziali e legislative che, se non hanno dato un risultato definitivo per la scelta del Presidente, hanno tuttavia già delineato la composizione del Parlamento. L’Alleanza popolare guidata dall’AKP  (partito giustizia e sviluppo) di Erdogan ha ottenuto la maggioranza con 322 seggi, mentre la coalizione Alleanza della Nazione, guidata dallo sfidante Kilicdaroglu, ormai seconda forza politica nel Parlamento, ha ottenuto 212 seggi.

A livello di voto presidenziale, la parola tornerà di nuovo ai cittadini il prossimo 28 maggio per il ballottaggio, dove il Presidente Erdogan si presenterà con il 49,24 per cento dei voti ottenuti, mentre il leader dell’opposizione con un 45,06 per cento delle preferenze. Un testa a testa carico di sfide e cambiamenti che potrebbero avere risvolti significativi sia a livello di politica interna che su quello del ruolo della Turchia a livello internazionale. 

I prossimi quindici giorni si annunciano quindi di grande tensione in una campagna elettorale che porterà a scelte radicali tra la continuità di un passato sempre più autoritario e illiberale e la scelta di una prospettiva di percorso democratico ritrovato dopo anni di pesanti limitazioni alle libertà civili, nonché una ripresa dell’economia, oggi in forte affanno e soprattutto vittima di una forte inflazione e di un aumento del costo della vita. 

Scelte radicali che testimoniano anche della forte partecipazione al voto, vicina al 90 %, affluenza che non era mai stata registrata negli ultimi anni e che delinea inoltre una forte polarizzazione della popolazione sulle scelte per il futuro del Paese.

Il Presidente Erdogan infatti, al potere dal 2002, ha, in questi ultimi venti anni, delineato il volto della Turchia puntando in particolare sulla stabilità di un Governo autoritario e sullo sviluppo di infrastrutture, dando voce alla componente religiosa della società, rivolgendosi in particolare alle vaste aree centrali, rurali e più conservatrici del Paese e imponendo pesanti difficoltà ai curdi. Il tutto attraverso un progressivo deterioramento dello Stato di diritto e un evidente accentramento di poteri nelle sue mani, reprimendo dissenso e minoranze. 

In politica estera, Erdogan ha portato la Turchia a ricoprire un ruolo sempre maggiore sullo scacchiere internazionale,  moltiplicando la presenza di Ankara sugli scenari di crisi internazionali, a partire dall’Ucraina e dall’ambiguo rapporto con Mosca, fino alle proiezioni in Africa e in Medio Oriente. Membro importante della NATO, la Turchia ha cercato in questi ultimi anni una sua autonomia strategica, alimentando in tal modo incomprensioni e divergenze con l’Occidente e in particolare con gli Stati Uniti. 

La partita del prossimo 28 maggio potrebbe modificare, in parte, anche il ruolo della Turchia come interlocutore internazionale, anche se gli scenari di oggi non hanno più nulla a che vedere con gli inizi degli anni duemila. Resta tuttavia il fatto importante che lo sfidante dell’opposizione Kılıçdaroğlu, ha messo nel suo programma elettorale la ricerca di nuove relazioni con l’Unione Europea, in una prospettiva di dialogo e di maggiore cooperazione. Una prospettiva alla quale l’Unione dovrà prepararsi, nel contesto di un mondo in rapido e incerto cambiamento. 

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