L’esito del voto di medio termine negli Stati Uniti, dopo la clamorosa sconfitta di Donald Trump e dei repubblicani e la conquista della maggioranza in Senato e alla Camera da parte dei democratici, ha scatenato uno tsunami politico oltre atlantico e un’ondata di commenti in molte parti del mondo.
A qualcuno da noi è addirittura venuto in mente di affiancare la “storica” giornata del 3 novembre negli USA al “Cinque maggio” evocato da Alessandro Manzoni in morte di Napoleone, con quell’indimenticabile “Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, così percossa, attonita la terra al nunzio sta”.
Sicuramente un’esagerazione, come molte altre, tanto sono lontani i due profili, la storia dei loro tempi, ma anche una provocazione stimolante che aiuta a riflettere sui limiti del potere quanto più questo pretende di non rispettare lo Stato di diritto. Poteva essere in parte comprensibile a cavallo dell’800, meno ai nostri giorni a proposito del presidente della più antica democrazia, ancora indicata come esemplare fino in tempi recenti, almeno fino all’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump.
Ora siamo negli Stati Uniti d’America, il presidente non ha ancora “dato il mortal sospiro”, se non politicamente, ha ancora davanti a sé due anni di mandato, ha perso il consenso che lo riportò alla Casa Bianca due anni fa e il mondo, da lui crudelmente “percosso”, aspetta “attonito” di capire che ne farà dello straordinario potere che gli rimane, come “attonito” fu davanti ai suoi molti eccessi.
Se il potere dovesse misurarsi alla stregua dell’esercizio fattone da Trump nella prima parte di questo mandato ci si potrebbe aspettare di tutto, anche perché per un predatore al peggio non c’è mai fine e ci sarebbe da temere per le guerre in corso, tanto in Ucraina che in Iran.
Ma dopo le scorse elezioni, il cambiamento di entrambe le maggioranze al Congresso ha rivelato che anticorpi dimenticati si sono riattivati, ridando fiato a una democrazia in pericolo e aprendo incoraggianti prospettive alle nuove generazioni che, pur con orientamenti politici non sempre convergenti, possono avviarsi verso una “nuova frontiera”, anche se non sarà la ripetizione di quella annunciata da Kennedy nel 1960.
L’assetto istituzionale della democrazia americana è piuttosto complesso, come dimostrato dalle competizioni elettorali, ma anche sorprendente per gli europei a proposito della divisione dei poteri che vedono l’esecutivo, disinvoltamente interpretato dal presidente, prevalere sul Congresso con poco rispetto della magistratura, compresa quella della Corte suprema. E’ il caso, in particolare, della politica estera e del “ministero della guerra”, ampiamente sottratti al controllo parlamentare, salvo per le relative dotazioni di bilancio.
Una situazione che lascia “attoniti” quando si ha a mente quanto le sciagurate iniziative belliche del presidente USA incidano sulla vita di milioni di persone, non solo nei Paesi aggrediti, come l’Iran, o traditi, come l’Ucraina, ma negli stessi Stati Uniti e nei Paesi alleati per le ricadute economiche e sociali, come ci ricordano in questi giorni, tra l’altro, i costi dell’energia e i picchi dell’inflazione.
Difficile prevedere il futuro, sempre sperando che, con i predatori al comando, ce ne sia uno. Molto dipenderà dalla capacità degli anticorpi democratici di progredire verso significative erosioni del potere presidenziale negli USA e di contrasto agli autocrati che governano mezzo mondo, ma che in questi ultimi giorni sono stati anche sconfitti, come nel caso delle elezioni in Brasile e in Europa, prima in Ungheria e più recentemente in Serbia.
Sperando che anche nei Paesi UE, dove esistono “candidati autocrati”, gli anticorpi democratici delle mobilitazioni popolari rafforzino, in occasione delle prossime elezioni nazionali, la democrazia rappresentativa grazie al risveglio della democrazia partecipativa.













