
Lo tsunami politico che si è abbattuto, non proprio imprevisto, sugli Stati Uniti con il voto di metà mandato non tarderà ad attraversare l’Atlantico e a riversarsi sulle sponde dell’Unione Europea. Con quali esiti è ancora presto per dirlo, ma alcune prime considerazioni sono già possibili in attesa di capire meglio la potenza d’urto dell’onda travolgente degli elettori democratici che hanno chiaramente sanzionato l’Amministrazione Trump e la sua corte.
Adesso il “re è nudo” e non sarà un bello spettacolo, visto gli ampi margini di potere di cui gode il Presidente rispetto a quelli piuttosto limitati del Congresso, in particolare in materia di politica estera, il fronte caldo che interessa da vicino l’Unione Europea.
In queste prime ore non c’è da aspettarsi da Bruxelles dichiarazioni dirompenti, anzi la cautela sarà ancora una volta di rito, tanto più da parte della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che nei confronti di Trump non ha mai mostrato grande coraggio, più incline a subirne la prepotenza che a contrastarla, come in particolare in occasione dell’infelice negoziato sui dazi.
Ma non per questo mancheranno, sui diversi tavoli istituzionali dell’UE, temi caldi: la settimana prossima sentiremo la voce del Parlamento europeo, in attesa del Vertice informale del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo il prossimo 13 novembre, prima che si apra il gran ballo delle elezioni nazionali nell’UE con il voto in Spagna il 29 dello stesso mese.
C’è da aspettarsi che siano soprattutto gli appuntamenti elettorali in Spagna, Francia, Italia e Polonia e in altri Paesi UE a dare una prima risposta alla clamorosa sconfitta di Trump, senza dimenticare il suo impatto sulla futura formazione del governo in Israele e sugli incerti appuntamenti negoziali con l’Ucraina e l’Iran.
Non allarghiamoci troppo e restiamo in Europa, dove l’intrusione del Trump non ancora azzoppato non ha portato bene nelle elezioni in Ungheria: da chiedersi che impatto avrà adesso il suo sostegno ai populisti-sovranisti nostrani, Italia compresa, che guardavano con devozione al predatore americano, salvo cercare fuori tempo massimo di fare dimenticare l’umiliante subordinazione.
E a questo proposito varrebbe la pena spostare l’attenzione dal perdente Trump sui vincitori democratici, riemersi dal coma dopo il trauma delle elezioni presidenziali del novembre 2024 e ripresentatisi due anni dopo con alcuni personaggi giusti al posto giusto, relativamente giovani, di profilo multiculturale e di orientamento progressista, alcuni possibili candidati alle elezioni presidenziali del 2028.
Sarà pur vero che a far vincere i democratici sarebbe stato gran merito di Trump, ma questo sarebbe già stato vero nelle passate elezioni mentre adesso si è visto finalmente del nuovo, dove ha fatto premio tra i democratici una coesistenza – che al momento non è ancora coesione – tra moderati e radicali.
Quanti, anche da noi, hanno nel tempo guardato al “modello” americano potrebbero utilmente farlo anche oggi in Europa e prendere in considerazione che per uscire dal coma politico, in cui versa anche l’UE, lo si può fare verso l’alto, con politiche coraggiose e attente al valore aggiunto del sociale, senza piegarsi alla paura di perdere consenso, anche perché potrebbe essere l’unico modo per guadagnarne e per rialzare la testa dopo averla piegata troppo a lungo.
Tutto questo al netto delle minacce che incombono sulla pace, con guerre che non finiscono di finire e con altre annunciate come possibili negli stessi territori dell’Unione Europea. E qui purtroppo registriamo una pericolosa asimmetria sulle due sponde dell’Atlantico: negli USA, lo sproporzionato potere federale del Presidente di turno in materia di politica estera e di difesa; nell’UE, la persistente assenza di una politica estera e di difesa comune, senza una chiara responsabilità affidata ad un’autorità sovranazionale in un’Unione che stenta a trovare la strada verso un’Europa federale.
Forse sarebbe il momento, prima che sia tardi, di affrontare il problema.












