
Che questa Unione Europea abbia bisogno di una buona ripulita è fuor di dubbio, ma non è una ragione per buttare via il bambino con l’acqua sporca. E’ invece quanto si apprestano a fare, nelle elezioni nazionali in vista, quanti vogliono “ripulire l’UE dal di dentro”, dopo avere in passato provato a farla fuori. Provengono questi attori politici da risorgenti nazional-sovranismi che, dopo aver invocato la fuoruscita dall’euro – qualcuno anche dall’Unione, come il Regno Unito che lo ha fatto e se ne sta pentendo – ritengono più vantaggioso sfruttare il patrimonio comunitario, dilapidandolo senza scrupolo.
La straordinaria impresa del processo di integrazione comunitaria aveva l’obbiettivo di consolidare la pace e porre le basi per un nuovo benessere dopo la Seconda guerra mondiale: la avviarono i sei Paesi fondatori, tra cui l’Italia, e vi si aggregarono via via un’altra ventina di Paesi, contribuendo a riunificare un continente frammentato dalle guerre. E’ stata un’impresa in gran parte riuscita ma ancora da portare a compimento, tanto nell’assetto istituzionale e nel progetto politico che nello spazio europeo ancora da proteggere.
Ed è proprio in questa fase di transizione verso il compimento del progetto di integrazione che l’UE sarà presto confrontata a consultazioni elettorali nazionali che ne decideranno l’esito futuro, al bivio tra lo smantellamento di una costruzione di cui abbiamo potuto apprezzare i risultati e il rilancio di un disegno ambizioso che ci eviti di diventare colonia degli imperi predatori che ci circondano.
Molte sono le ragioni del disagio che vivono i cittadini europei: dalle ricadute sociali di un’economia in affanno e di finanze pubbliche in difficoltà alla pressione sul nostro modello di welfare; dal ricatto costante del nostro ex-alleato d’oltre oceano alle minacce del nostro vicino, nostalgico dell’impero zarista, fino alla squilibrata competizione commerciale con la Cina.
Per qualcuno tutto questo, ed altro ancora, sarebbe motivo per rinchiudersi nello spazio angusto della “nazione”, aggrapparsi a una dubbia identità locale sconosciuta alle giovani generazioni e avvalersi nell’UE del voto all’unanimità per non consegnarsi alle decisioni della maggioranza, regola aurea delle sopravvissute democrazie liberali.
A ben guardare, sono proprio queste le sfide che debbono affrontare i sostenitori di un federalismo pragmatico, come ricordato da Draghi, per fare leva sul rilancio del progetto europeo, se non con tutti gli attuali 27 Paesi membri, almeno ricorrendo alle cooperazioni rafforzate “con chi ci sta”, in attesa che i risultati convincano gli ostili al nuovo cantiere comunitario.
Certo, ci vogliono risultati convincenti da far valere nei limiti dell’attuale Trattato, in attesa di un nuovo Patto europeo che richiederà tempo, oggi purtroppo non a disposizione. Per il rilancio economico non basterà la leva, preziosa ma insufficiente, della politica monetaria della Banca centrale europea; né per rispondere al crescente disagio sociale basteranno le ridotte competenze dell’Unione, in particolare per affrontare alla radice il problema con nuove iniziative di formazione per le giovani generazioni, sulla scia di quella riuscita ma ancora troppo limitata, come il Programma Erasmus.
Soprattutto un nuovo “federalismo pragmatico” europeo dovrà essere in fase con politiche coerenti e coordinate a livello nazionale, dove risiedono oggi titolarità e responsabilità. Come dire che bisogna lasciarsi alle spalle la cultura dello “scaricabarile” dove livello europeo e nazionale vengono confusi a beneficio di un facile consenso.
Non farlo significa “buttare il bambino con l’acqua sporca”, soffocando una creatura europea che sola potrebbe avere i numeri per rispondere all’aggressione degli imperi. Non farlo sarà il prezzo che pagheranno gli staterelli-nazione, destinati ad essere buttati fuori dalla storia come residue colonie.












