Tregua lunga a Gaza?

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L’operazione “Colonna di difesa” si è conclusa dopo circa sette giorni di bombardamenti da parte di Israele in risposta al lancio dei razzi provenienti da Gaza. È stato uno scenario di guerra purtroppo già conosciuto durante l’operazione “Piombo fuso” alla fine del 2008, con il suo numero di vittime, in primo luogo palestinesi,  e con i suoi strascichi di sofferenze e distruzioni.  Alla fine è stata firmata una tregua, che, malgrado alcuni incidenti isolati, sembra tenere.

A grande differenza tuttavia della guerra del 2008, l‘operazione appena conclusasi si è svolta in uno scenario regionale completamente cambiato,  di fronte ad una comunità internazionale sempre più restia a mantenere sull’agenda politica  la priorità della soluzione del conflitto israelo-palestinese ed infine con  la capacità dei razzi di Gaza di raggiungere Tel Aviv e Gerusalemme.  Uno scenario ben diverso da quello di quattro anni fa, in cui non avevano ancora fatto irruzione i cambiamenti politici portati dalle Primavere arabe.

In questo nuovo contesto, anche la firma della tregua assume un significato e una portata diversi.  Gaza, sotto il controllo di Hamas dopo le elezioni del 2006, ignorate e delegittimate da gran parte della comunità internazionale, e sotto un devastante blocco economico da parte di Israele,  è stata la cartina di tornasole che ha messo in evidenza tali cambiamenti e, in particolare,  il nuovo ruolo dell’Egitto e dei Fratelli Musulmani nella geopolitica locale e nell’annoso conflitto mediorientale. È infatti al Cairo, con il sostegno diretto di Ankara, che si sono svolti i negoziati e si è raggiunto un accordo per la tregua.  Ma è anche a Gaza che si sono recati  il Ministro degli Esteri turco con una missione  della Lega araba rappresentante nove Paesi, il Ministro degli esteri tunisino e, circa un  mese fa, l’Emiro del Qatar, primo Capo di Stato arabo in visita a Gaza dal 1967. Una Gaza quindi non più isolata come nel 2008 e con Hamas divenuto interlocutore di negoziati e posto sotto la responsabilità dello stesso Egitto per la tenuta della tregua.

Ma una tregua, per quanto lunga possa essere, non è la pace. Le prospettive per una soluzione a due Stati, a lungo sostenuta, spesso solo a parole, dalla comunità internazionale, si stanno allontanando sempre più, lasciando la questione palestinese correre verso una situazione irreversibile di gestione dello statu quo. La tregua negoziata, sperando che duri, ha messo ancor più in evidenza la divisione e la distanza che separano  ormai Gaza e Hamas dall’Autorità Palestinese, da Mahmud Abbas e dalla Cisgiordania, ormai frammentatissima,  grazie al continuo e mai ostacolato insediamento dei coloni israeliani.

In un tentativo quasi disperato di far riconoscere la Palestina come Stato non membro dell’ONU il prossimo 29 novembre, Mahamud Abbas gioca un’ultima carta. Sebbene abbia il sostegno di molti Paesi all’Assemblea  generale, misurerà la sua solitudine davanti all’atteggiamento sfavorevole, ormai dimostrato apertamente, dagli Stati Uniti e all’orientamento verso l’astensione di molti Paesi dell’Unione Europea al riguardo.

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