Tregua in Siria

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Tregua o cessate il fuoco erano parole che non trovavano eco dall’inizio della guerra civile in Siria, cinque anni fa. Eppure, queste parole, per quanto fragili e difficilmente credibili in un Paese che ha perso quasi cinque milioni di persone tra profughi e vittime, risuonano come un sottilissimo filo di speranza per la continuazione dei colloqui di pace. Il cessate il fuoco è stato soprattutto negoziato, sotto l’egida dell’ONU, fra Stati Uniti e Russia, coinvolgendo da una parte il regime di Bachar al Assad e dall’altra buona parte dei suoi oppositori, un mosaico ormai di fazioni e di gruppi militari che, con l’andare del tempo e della trasformazione del conflitto siriano, sono spesso in conflitto fra loro. Interlocutore importante tuttavia per la tenuta della tregua e per il futuro dialogo di pace è l’Alto Comitato Negoziale, (HCN) fondato da poco a Ryad con il sostegno dell’Arabia Saudita, considerato, almeno dall’Occidente, il più rappresentativo nella galassia di opposizione a Bachar.

La tregua, nello stesso momento in cui scriviamo, sembra quindi tenere; giungono bollettini in cui si dice che le armi, grosso modo tacciono e che, salvo isolate violazioni, la gente può permettersi un momento di respiro e di sostegno umanitario. Va tuttavia ricordato che la tregua non riguarda i combattimenti contro l’ISIS e il Fronte al Nusra, considerati sia dalla Russia sia dagli Stati Uniti come organizzazioni terroriste. Per questo i combattimenti ad Aleppo continuano.

Inevitabili tuttavia i quesiti, se la tregua continua, sul futuro dei negoziati di pace a Ginevra, che, secondo il Rappresentante dell’ONU, potrebbero riprendere a partire del 7 marzo prossimo. Un primo quesito riguarda il Presidente stesso, Bachar al Assad. L’accordo concluso per il cessate il fuoco non contiene volutamente un riferimento al futuro della Siria e tantomeno al fatto che tale futuro possa delinearsi senza la presenza del dittatore. Questo aspetto è stato senz’altro di enorme peso nell’accordo approvato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU il 26 febbraio, peso determinato dai recenti e massicci interventi militari russi a fianco dell’esercito siriano e degli alleati di Bachar nella regione, Iran e Hezbollah libanese in testa. Un aspetto questo che traduce la posizione di forza conquistata dalla Russia e la debolezza dell’Occidente e degli Stati Uniti in particolare, forza che continuerà a pesare anche al tavolo dei futuri negoziati.

Il secondo quesito riguarda direttamente il futuro della Siria stessa. Se il cessate il fuoco continua e non confluisce in un negoziato di pace o in una soluzione del conflitto, il Paese corre il rischio di una frammentazione, di una spartizione nelle mani di chi ha conquistato quei pezzetti di terra e li controlla. Una prospettiva che non può garantire un futuro di pace, sostenuto da valide Istituzioni, all’insieme del Paese. E’ necessario quindi, per quanto difficile sia da immaginare, che questa tregua porti alla definizione di un compromesso politico delle parti in conflitto. Questa tregua ha dimostrato quanto importante sia stata la collaborazione fra Stati Uniti e Russia al riguardo e, malgrado tutto e le evidenti divergenze fra le due potenze, quanto sia importante che questo dialogo diplomatico continui in futuro.

Certo non si ha di fronte una facile prospettiva. Giungere infatti ad un compromesso politico fra le parti quando Bachar al Assad annuncia, in perfetta solitudine, di  voler organizzare le prossime elezioni legislative ad aprile, testimonia della intensa complessità della situazione a cui la comunità internazionale deve far fronte. Europa compresa.

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