Tra Siria e Iraq

Il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki Moon ha presentato il 16 settembre al Consiglio di Sicurezza il rapporto degli esperti sull’utilizzo di armi chimiche in Siria. Con parole sicure e forti, il Segretario ha confermato che nella tragedia consumatasi il 21 agosto alla periferia di Damasco vi sono ormai prove inconfutabili dell’uso di missili terra-terra contenenti gas sarin, un agente neurotossico vietato dal diritto internazionale. Il Segretario Generale sottolinea inoltre nella sua presentazione che si tratta “dell’uso più importante di armi chimiche contro civili dopo quello di Saddam Hussein nel 1988 ad Halabja” e che “ dopo due anni e mezzo di tragedia, è venuto il momento per il Consiglio di Sicurezza di assumere le sue responsabilità politiche e morali e di procedere in modo decisivo”. Anche se il rapporto degli esperti dell’ONU non precisa le responsabilità, sarà quindi, ancora una volta e di fronte all’evidenza di un massacro con armi chimiche, una risoluzione del Consiglio di sicurezza che dovrà indicare, se possibile, la posizione della comunità internazionale al riguardo. Le divisioni in seno alla comunità internazionale sono ormai note e si giocano sempre, in particolare, tra una Russia e una Cina schierate con Damasco e Stati Uniti e Francia pronte ad un intervento militare contro Bachar al Assad nel caso in cui non rispettasse gli accordi intervenuti a Ginevra di consegnare il suo arsenale chimico alla sorveglianza internazionale.

Ma le parole di Ban Ki Moon, riportano anche sotto i riflettori l’Iraq. Sono trascorsi ormai dieci anni dall’intervento militare degli Stati Uniti che ha rovesciato Saddam Hussein e, benché i media concedano ormai poco spazio al Paese, le cronache riportano di continui e sanguinosi attentati che mettono sempre più a rischio la stabilità del Paese. L’ultima raffica di attentati è avvenuta il 17 settembre, provocando un’altra trentina di vittime. L’esperienza disastrosa dell’intervento militare americano nel2003 hanon solo influito finora sulla prudenza nella politica mediorientale del Presidente Obama, ma ha contribuito a ridisegnare e a sottolineare le linee di divisione che attraversano tutta la regione e che ne condizionano grandemente la stabilità, e cioè il confronto fra sunniti e sciiti. Sul piano regionale, la caduta di Saddam Hussein ha infatti avuto come paradossale conseguenza quella di riavvicinare l’Iraq all’Iran sciita e di esasperare invece il confronto con l’Arabia Saudita sunnita. Un riposizionamento che pone oggi Bagdad, sullo scacchiere regionale, nella linea Teheran-Damasco, cosa non indifferente soprattutto da un punto di vista geostrategico e geopolitico. Le divisioni e l’instabilità  regionali hanno forti ripercussioni anche sul fronte interno al Paese. La situazione, come lo dimostrano i continui attentati, è lungi dall’essere pacificata, dall’aver costruito istituzioni democratiche e dall’essere sulla strada di una convivenza fra sunniti, sciiti e curdi. Una situazione che rispecchia tutta la complessità politica del Medio Oriente.

L’Europa dal canto suo, seppur divisa e con grandi difficoltà ad avere una politica estera comune, è cosciente del delicato processo in corso nel Paese e nella regione. Mettendo in campo strumenti di dialogo, l’Unione Europea ha infatti concluso nel gennaio scorso con l’Iraq un Accordo di cooperazione e partenariato, un Accordo che consente di porre le basi su questioni come lo Stato di diritto e i diritti umani, la riconciliazione nazionale e la sicurezza. Sono temi di lungo respiro, ma essenziali per porre un obiettivo di pace e stabilità in una regione a così alto rischio di esplosione.

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