Timori e speranze nel villaggio globale

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Se ancora ce ne fosse bisogno, le notizie economiche e sociali che si sono rincorse in questi ultimi giorni raccontano di un mondo “villaggio globale”, interconnesso da nord a sud e da est a ovest.

Dalla tribuna di Davos, in Svizzera, dove ogni anno s’incontrano i potenti di questo mondo, prestigiosi economisti premi Nobel e responsabili politici ai massimi livelli, è stato tratteggiato un panorama economico in chiaroscuro. Si è parlato dei deboli segnali di ripresa in Europa e dei rischi di deflazione, dei rallentamenti della crescita nei Paesi emergenti, delle speranze di uscita dalla stagnazione in Giappone, delle crisi monetarie in America Latina, a cominciare dall’Argentina, e delle conferme di dinamiche di crescita negli USA. Non sono mancati nemmeno i confronti su conflitti in corso, come nel caso di Iran e Israele, o gli echi di quanto avveniva a pochi chilometri di lì, a Montreux, dove era in corso il difficile tentativo di negoziato per mettere fine alla guerra civile in Siria o alle tensioni che andavano crescendo in Ucraina e in Egitto.

Un affollamento di notizie che ha lasciato in un cono d’ombra il “Rapporto su occupazione sociale e situazione sociale dell’UE”, l’ultimo Rapporto ISTAT sulla coesione sociale e rischia di fare dimenticare presto quello più recente di Bankitalia: tre impietose fotografie sul disagio sociale in Europa e in Italia che è meglio guardare più da vicino.

Dall’Europa è arrivato un messaggio chiaro sul peggioramento sociale in Italia, dove non solo continua a crescere la disoccupazione, ma aumentano anche al 12% gli occupati che non riescono a vivere del loro stipendio e hanno solo il 14% di possibilità di trovare lavoro entro un anno quando l’hanno perso. Un record tutto italiano nei 28 Paesi UE, dove aumenta anche il rischio di indigenza che ormai interessa 125 milioni di persone in Europa, un cittadino su quattro. Anche qui l’Italia è tra gli ultimi della classe, con Grecia e Irlanda: in questi tre Paesi negli ultimi quattro anni sono aumentate del 5% le persone in difficoltà.

Se poi dal Rapporto di Bruxelles passiamo a quello dell’ISTAT, scopriamo che gli italiani non sono mai stati così poveri dal 1997, con una disoccupazione giovanile che ha superato il 40% (peggio di noi solola Spagnaela Grecia, ma non più molto lontane), con le retribuzioni ferme (solo 4 euro in più in un anno) e in calo i contratti a tempo indeterminato (- 1,3%), in particolare per i giovani.

Se a questo si aggiunge la situazione di metà dei pensionati che vivono con meno di 1000 euro al mese, il permanente differenziale salariale tra uomini e donne, la maggiore difficoltà a trovare lavoro per i laureati al sud e per le donne e la constatazione che solo un giovane su tre ha conseguito al massimo la licenza media e che quasi uno su cinque ha abbandonato gli studi, si ricava una fotografia non solo del difficile presente per molti ma anche del problematico futuro per le giovani generazioni.

A completare il quadro è arrivato l’altro giorno il rapporto di Bankitalia con dati inquietanti: un calo del reddito medio delle famiglie del 7,3% negli ultimi due anni, un aumento delle diseguaglianze con il 10% degli italiani che detengono quasi metà della ricchezza complessiva e non consola che vada anche peggio in Paesi comela Franciaela Germania.

Nell’insieme, brutte notizie per la coesione sociale europea e italiana e la speranza che si metta mano a politiche attive rafforzate nel mercato del lavoro – magari non come le propone il “falco” della Commissione UE, Olli Rehn, già in campagna elettorale per il Parlamento europeo – e nell’ambito dell’istruzione, senza dimenticare l’esigenza di salvaguardare i nostri sistemi di protezione sociale, ultima rete di sicurezza per una parte crescente della popolazione.

Non c’è più tempo da perdere, né a Roma (dove “mentre si discute, Sagunto è espugnata”), né a Bruxelles e dintorni, in questa difficile vigilia di elezioni europee.

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