Sudan, tra guerre senza fine e catastrofe umanitaria

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Il Sudan sfugge troppo spesso ai riflettori dell’attualità e questo malgrado il fatto che è in corso, ormai da tre anni, una delle guerre più sanguinose di questi tempi.

Le cifre del bilancio della guerra sono enormi : più di 15 milioni di profughi su una popolazione totale di 42 milioni di abitanti, 200.000 vittime, 34 milioni  di persone dipendenti dall’ aiuto umanitario e 17 milioni di bambini senza più accesso alla scuola.

Un bilancio che esprime tutta la violenza di una lotta di potere tra due generali, alleati nel momento della caduta, sull’onda di una rivolta popolare, della trentennale dittatura d Mohammed al-Bashir nel 2019 e poi diventati avversari per la gestione del potere verso una transizione democratica. Transizione di speranza durata solo due anni e poi precipitata in un colpo di stato per mano di quei due stessi generali che ben presto si sono fatti la guerra : da una parte Al Bouhrane, a capo delle Forze Armate del Sudan (FAS, considerato l’esercito regolare) e dall’altra, Mohammed Daglo, a capo delle milizie delle Forze di intervento rapido (FSR).

Due signori della guerra che hanno portato il Paese alla guerra civile e alla sua divisione territoriale : da una parte l’est del Paese sotto  il controllo del FAS, mentre l’ovest, ricco di minerali preziosi, in particolare di oro, è sotto il controllo delle FSR, a partire dal Darfour. Una situazione che ricorda quella della Libia, Paese che confina con il Sudan e via di transito di ogni commercio e migrazione. Al riguardo non va dimenticato che il Sudan occupa una posizione geografica strategica, circondato da Paesi che guardano con diverso interesse e supporto per l’una o l’altra forza militare. Tuttavia, la sua importanza strategica risiede soprattutto sul suo fronte orientale che si affaccia per kilometri sul Mar Rosso, proprio su quel corridoio marittimo, decisivo per l’economia mondiale, che collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso il Canale di Suez.

L’evoluzione della guerra in Sudan ha spinto i belligeranti ad avvicinarsi sempre più verso il Mar Rosso,  che è punto di passaggio importante di merci, energia e interessi militari. Particolarmente interessati al Sudan sono l’Egitto, che sostiene l’esercito regolare, ma anche l’Arabia Saudita e altre Monarchie del Golfo ;  la Turchia, che punta ad una sua presenza proprio sulle coste del Mar Rosso, senza dimenticare le mire di Cina e Russia per l’insieme del Corno d’Africa. Il Sudan quindi, da Paese in guerra entro i propri confini sta diventando teatro di competizione tra potenze regionali e attori globali e questo mentre è in corso nel cuore del Medio Oriente una guerra fra Iran e Stati Uniti che sta ridisegnando le rotte del commercio mondiale.

In questo contesto, la guerra in Sudan continua con il suo carico di violenze, di vittime e di infinite sofferenze da parte della popolazione. Nessun tentativo di dialogo o negoziato ha raggiunto l’obiettivo di una tregua e tanto meno di una via di pace. Il 9 luglio scorso, tuttavia, nel silenzio e nella distrazione della comunità internazionale, le Nazioni Unite e la Corte Penale internazionale hanno fatto sapere di aver raccolto informazioni sufficienti per provare che le Forze di Intervento Rapido si sono macchiate di crimini di guerra e di genocidio. 

Ma fino a quando questa guerra rimarrà ai margini degli interessi di pace, di stabilità e di rispetto per la vita delle popolazioni, ormai ridotte allo stremo ?

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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