Più controllo e rimpatri: la nuova rotta del QFP sulla migrazione

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Nel negoziato sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale la migrazione è uno dei pochi capitoli su cui i 27 mostrano maggiore convergenza. Le proposte di Commissione, Parlamento e Consiglio indicano una cifra stabile di circa 30 miliardi di euro per “migrazione e controllo delle frontiere”, che può salire a un totale di 81 includendo i programmi collegati. Le risorse risultano triplicate rispetto all’attuale bilancio, e saranno fondamentali per sostenere sia l’attuazione interna del Patto su migrazione e asilo sia i partenariati con Paesi terzi.

Le priorità del bilancio sono chiare e prevedono un netto aumento dei fondi per sicurezza, controllo delle frontiere e agenzie operative, mentre gli ambiti di asilo, accoglienza e integrazione crescono in modo molto marginale. Lo evidenzia la fondazione spagnola Cepaim, che mostra un forte aumento dei finanziamenti per le politiche di contenimento e un incremento molto più limitato per le misure di inclusione.

Questo deriva da tre elementi. Con il nuovo bilancio, gli Stati membri avranno maggiore libertà nel definire i propri piani nazionali di spesa. Avranno ampia discrezionalità nel decidere come usare i propri fondi, ad esempio, destinando la maggior parte ai rimpatri anziché a percorsi di integrazione dei migranti. La Commissione mantiene il potere di approvazione, ma l’orientamento degli ultimi anni mostra una scarsa volontà ad opporsi a scelte fortemente sbilanciate sul controllo.

Vi sono, inoltre, fondi aggiuntivi gestiti direttamente dalla Commissione: l’”EU Facility”, stimato nella “nego box” di giugno (la proposta di bilancio presentata dalla presidenza cipriota del Consiglio dell’UE)  in circa 18 miliardi, potrebbe finanziare anche azioni nei Paesi terzi, creando un collegamento tra dimensione interna ed esterna delle politiche migratorie.

La dimensione esterna delle politiche migratorie sarà finanziata dallo strumento Global Europe, che riunisce cooperazione allo sviluppo, vicinato, allargamento e politica estera. Le cifre sono ancora in discussione: il Parlamento chiede 198 miliardi, la presidenza cipriota ne ha proposti 169, con il 10% dedicato alla migrazione. Questa quota riprende la logica del precedente Strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione (fondo NDICI), ma in modo più “transazionale”. In questa prospettiva l’UE punta a usare i fondi per ottenere sostegno finanziario e cooperazione dei Paesi terzi sul controllo delle partenze e dei rimpatri. Molti analisti affermano però che la condizionalità dura è rischiosa e spesso inefficace.

Il nuovo regolamento sui rimpatri ha rafforzato le norme contro le persone irregolari e la pressione sui Paesi di partenza. Nei documenti del QFP, i rimpatri compaiono spesso, insieme a riferimenti a “soluzioni innovative” tra cui i “return hubs”: si tratta di centri di detenzione in Paesi terzi per trattenere migranti in attesa di rimpatrio. Italia e Danimarca hanno richiesto alla Commissione, insieme ad altri 19 Stati, di accelerare e finanziarli. Il premier greco Mitsotakis prevede i primi centri nel 2027. L’obiettivo è garantire i fondi nel nuovo bilancio, ma il consenso tra i 27 si divide: Macron e Sánchez hanno criticato l’idea, definendoli un potenziale spreco di risorse.

Per approfondire: Bilancio Ue: chi paga i return hubs?

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Giada Biafora
Ho frequentato il Liceo classico e sono laureanda in Giurisprudenza a Torino, dove ho approfondito il diritto internazionale umanitario, i diritti umani e il diritto dell'immigrazione. Sono felice di essere entrata a far parte di Apice, perché credo sia una realtà capace di avvicinare e sensibilizzare tutti su temi di grande attualità.

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