Siria: un lungo e lugubre anniversario di guerra

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Era il 15 marzo 2011. Anche in Siria, come in Tunisia, in Egitto, in Libia  o nello Yemen si alzarono le prime proteste contro un regime opprimente, proteste che si svolgevano sull’eco delle primavere arabe e chiedevano in modo composto riforme sociali ed economiche. La risposta  è stata immediatamente brutale, le proteste si sono trasformate in una guerra civile e la guerra civile si è trasformata in una guerra totale fra vecchi e nuovi attori, diventando oggi soprattutto campo di scontro anche fra le grandi potenze mondiali.

Nessuno, in quel lontano marzo del 2011, immaginava che la guerra, nelle sue molteplici trasformazioni, sarebbe durata cosi’ a lungo e che il dittatore Bashar al Assad, sempre presente, avrebbe avuto mano libera per distruggere, con tutti i mezzi possibili, il suo popolo e il suo paese. Nessuno lo ha fermato e oggi più che mai continua nella sua folle determinazione di vincere una guerra contro le macerie. 

I risultati della  distruzione umana, oltre a quella materiale, sono sotto gli occhi di tutti : quasi 400.000 morti e 11 milioni di persone tra profughi e rifugiati. 

Vani e vari sono stati i tentativi messi in campo dalla comunità internazionale per porre fine al conflitto. Tentativi che rispecchiavano tuttavia tutte le contraddizioni e le divisioni della comunità internazionale stessa. Ripercorrendo infatti gli anni del conflitto, possiamo contare, fin dal 2012, i numerosi veti posti da Russia e Cina alle risoluzioni dell’ONU volte a condannare la violenta repressione e i bombardamenti effettuati dal regime di Bachar al Assad. Una posizione in netto contrasto con l’Occidente e l’Unione europea in particolare, una situazione che sembrava portare già venti di una nuova guerra fredda. Il nodo del dissenso e del voto contrario, per Russia e Cina, verteva in particolare, all’epoca,  sulla convinta difesa del concetto di non ingerenza e di sovranità, concetto che sbarrava la strada a qualsiasi possibilità di un cambio di regime in Siria. All’epoca non era passato senza lasciare danni e fratture, a livello internazionale, l’intervento della NATO in Libia. Inoltre, non vanno dimenticati gli antichi e nuovi interessi militari ed economici che la Russia ha e ha sempre avuto in Siria. 

La situazione poi è continuata fra sanzioni economiche occidentali senza effetto, fra linee rosse sulle armi chimiche abbondantemente superate dal regime, con i tentativi dell’ONU di organizzare conferenze di pace a Ginevra e sempre fallite. Chi non ricorda, al riguardo,  l’instancabile lavoro dell’inviato speciale dell’ONU, Staffan de Mistura, inviato fra il 2014 e il 2018, periodo particolarmente teso che ha visto, da una parte, la Siria diventare teatro principale del jihadismo internazionale e dall’altra l’intervento militare della Russia a sostegno di Bachar al Assad e la conseguente sanguinosa riconquista territoriale del dittatore. 

Non andrebbero nemmeno dimenticati i tentativi puntuali fatti da Russia, Iran e Turchia con i negoziati di pace di Astana e Sochi, un processo parallelo a quello dell’ONU e che ha finito per far esplodere le divisioni e gli interessi divergenti fra i principali attori coinvolti oggi militarmente sul terreno, in particolare fra Turchia e Russia. Senza dimenticare la posizione ambigua e cinica degli Stati Uniti, in particolare nel confronto fra Turchia e curdi nel nord del Paese.

Oggi la situazione generata di quella che dovrebbe essere l’ultima battaglia di Bachar e della Russia a Idlib ha raggiunto forse il punto più drammatico in termini di sofferenze della popolazione e di emergenze umanitarie. E tutto questo alle porte dell’Europa, dove ormai anche i rifugiati e gli sfollati vengono usati come un’arma di guerra.  E’ quindi un 15 marzo che non solo segna un terribile anniversario ma conferma anche la sconfitta della diplomazia, del diritto internazionale, del rispetto dei diritti umani e una rinuncia alla ricerca della pace.

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