Se naufraga il diritto in Italia e in Europa

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Le parole hanno la loro importanza o almeno dovrebbero averla, soprattutto in politica. Moltiplicarle è rischioso, soprattutto se mancano la capacità, o le condizioni, per tradurle in azione. Una loro ridondanza, alla fine, genera indifferenza invece che attenzione, funziona da cortina fumogena che occulta drammatiche sofferenze.

E’ particolarmente vero sul tema dell’immigrazione, da sempre e più ancora in questa stagione di globalizzazione, spesso selvaggia, quando i diritti fondamentali evaporano insieme con lo scaricabarile delle responsabilità, dal livello nazionale a quello internazionale.

L’ennesima, immane tragedia, non lontano dalle coste di Lampedusa, è stata ancora una volta l’occasione per denunciare un dramma umano senza fine e, da parte di alcuni, di dare la stura a polemiche di bassa lega e di nessuna utilità.

Forti le parole di papa Francesco, del Segretario Generale dell’ONU, del Presidente del Parlamento europeo e del nostro Presidente della Repubblica; meno credibili quelle di molti politici che, sospesi i loro ricorrenti litigi, hanno cercato di scaricare responsabilità che erano e restano anche loro, tanto in Italia che nelle Istituzioni comunitarie e internazionali.

In Italia, innanzitutto, da anni prigioniera della legge Bossi-Fini, costellata di CIE (Centri di identificazione e espulsione) e impigliata in procedure più adatte a rendere permanenti le situazioni di clandestinità che a promuovere dinamiche di corretta regolarizzazione.

Nonostante questo – e forse anche proprio a causa di questo – vi è un’altra Italia: quella del generoso popolo di Lampedusa con la loro sindaca, i volontari, i pescatori italiani, spesso tra i primi protagonisti dei salvataggi.

E poi ci sono le Istituzioni comunitarie, dove da anni si promuove la libera circolazione delle persone e l’abolizione delle frontiere, ma solo per i cittadini di uno Stato dell’UE. Per gli altri dovrebbero fare da argine i confini esterni dell’Europa, superati i quali gli “stranieri” sono considerati a carico non dell’Europa, ma del Paese di frontiera dove approdano, quando sopravvivono, nella condizione di indagati.

Si pone qui l’esigenza di distinguere tra la “legalità formale” quale normata, in questo caso, dalla Bossi-Fini e una “giustizia sostanziale”, ispirata ai diritti fondamentali e che una nuova legislazione dovrà fare prevalere rispetto ad un approccio prevalentemente repressivo e poco attento alla complessità del problema che affonda le sue radici lontano nello spazio – i Paesi da dove si fugge – e nel tempo, quando intere regioni del mondo furono vittime di una colonizzazione impietosa.

Ma questa è oggi la legge italiana alla quale non vengono in soccorso i Trattati europei, quegli stessi che vincolano i Paesi membri a mille regole e, in particolare, alla disciplina dell’austerità, senza accompagnarla con la cultura della solidarietà, come dovrebbe avvenire in una Comunità che si rispetti.

A che cosa può servire una Comunità incapace di sostenere gli sforzi dei suoi Stati membri confrontati alle difficoltà dell’accoglienza? Quale credito può avere nel mondo un’Unione Europea, fiera della sua Carta dei diritti fondamentali, con sempre più carta e sempre meno diritti? Quanto può essere rassicurante per i suoi cittadini assistere alla mancata coerenza tra le affermazioni di principio e la loro effettiva applicazione? Come può pretendere una siffatta Comunità di ridurre la disaffezione che cresce tra i suoi popoli, al punto da minare la sua legittimità democratica?

Sono tutte domande che non possono più rimanere molto a lungo senza risposta. Una risposta che dobbiamo al disperato popolo dei barconi che continuerà ad arrivare da noi, ma anche una risposta che l’UE deve dare ai suoi Paesi in difficoltà e a tutti i suoi cittadini che vorrebbero poter ancora credere nella grande avventura dell’Unione Europea e nei suoi valori fondativi.

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