Se il virus attacca la democrazia

134

Bisognerà, senza perdere tempo, prestare attenzione agli effetti secondari provocati dal Coronavirus.
Secondari solo nel senso che non attaccano direttamente la vita fisica delle persone ma ne potrebbero mettere in pericolo quella democratica, minando le fondamenta delle nostre società occidentali in particolare.
A qualcuno il virus ha fornito l’occasione, anche in Europa, di mettere in quarantena la democrazia con il pretesto di meglio combattere la pandemia, anche se in Paesi praticamente ancora immuni dal contagio.
È quanto accaduto la settimana scorsa in Ungheria, dove al Primo ministro Victor Orban non è parso vero di cogliere l’occasione del coronavirus per assumere i pieni poteri, sospendendo le regole fondamentali di quella “democrazia liberale” che da tempo gli andava stretta, preferendo quella “illiberale” della quale è da tempo fiero sostenitore. Lo ha fatto con un accordo estorto al Parlamento ungherese, così come dai rispettivi Parlamenti ottennero i pieni poteri, il secolo scorso, Benito Mussolini e Adolf Hitler. E lo ha fatto con l’entusiastica approvazione da noi di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni e con l’ennesima timida messa in guardia da parte dell’Unione Europea che da tempo tiene Orban sul banco degli imputati, senza riuscire a pronunciarne all’unanimità la giusta condanna, grazie alla complicità della Polonia e alla simpatia discreta dell’Austria.
Adesso, con colpevole ritardo, qualcosa si sta muovendo: una quindicina di governi dell’area occidentale UE hanno suonato l’allarme contro il pericolo di derive autoritarie in occasione della lotta alla pandemia e alcuni leader del Partito popolare europeo hanno sollecitato al presidente Donald Tusk l’espulsione di Fidesz, il partito di Orban, dal loro gruppo politico nel Parlamento europeo.
Chi pensasse che Orban è solo una trascurabile eccezione alla regola e che l’Ungheria è un “piccolo” Paese nell’UE, farebbe bene ad annotare che, tra quanti chiedono nel Partito popolare europeo di sanzionare Orban, non ci sono né parlamentari tedeschi né francesi né quelli nostrani di Forza Italia.
Né è indifferente il contesto mondiale ed europeo in cui tutto questo sta avvenendo.
Nel mondo dove la democrazia non esiste come in Cina o è ridotta ai minimi termini, come in India, in Brasile, in Russia o in Turchia o è interpretata in stile molto personale da personaggi come Donald Trump.
Ma anche in Europa dove Polonia , Ungheria e Slovacchia – appena sanzionate l’altro ieri dalla Corte europea di giustizia per infrazione in materia di accoglienza dei migranti – hanno governi autoritari e mentre altri Paesi, a forza di evocare una situazione di guerra, sono tentati da “Stati di urgenza” che, una volta dichiarati, poi stentano a rientrare, come avvenuto di recente in Francia dopo gli attentati terroristici.
Se poi a questo si aggiunge il rischio che corrono le nostre affaticate democrazie sotto i colpi irresponsabili di tribuni populisti alla ricerca di facili consensi elettorali e esposte a invasive tecniche di controllo dei dati personali da parte degli operatori del web, allora è il caso di tenere alta la guardia.
Non meno di quanto ci è giustamente chiesto in questi giorni di fare per contrastare il contagio in corso del coronavirus, rinunciando a parte della nostra libertà presente, ma solo temporaneamente e proporzionalmente al pericolo fisico da contrastare.
Le urgenze gravi cui deve fare fronte l’Unione Europea sul versante bollente delle conseguenze economiche e sociali della pandemia non devono farle perdere di vista pericoli anche più gravi in prospettiva per la nostra vita democratica, che vogliamo ritrovare piena e rafforzata ad emergenza finita.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here