Riconciliare Italia ed Europa

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I più fortunati hanno potuto lasciare l’Italia rovente di questi mesi estivi per andare a respirare all’estero; molti di essi sono andati, magari a loro insaputa, alla scoperta della loro “patria”: l’Europa. Una piccola porzione di mondo, solo il 7% della popolazione mondiale, ma ancora la prima potenza commerciale del mondo, con una ricca storia alle spalle e un futuro incerto davanti a sé.

Della storia d’Europa qualcosa abbiamo imparato a scuola e molto probabilmente dimenticato: per esempio, di quanta intolleranza e guerre è stata generatrice, non solo in casa propria ma, per lunghi secoli, anche in molte altre contrade del mondo. Forse abbiamo ritenuto di più, e con sollievo, quanto l’Europa sia stata anche capace di risollevarsi dalle tragedie in cui si era precipitata, inventando per sé con l’Unione Europea il suo più lungo periodo di pace, magari al punto di illuderci di essere oggi vaccinata dal ricadere di nuovo nei conflitti del passato.

E qui ci sbaglieremmo e di grosso, se dimenticassimo quello che ci insegnò Plauto, e ripeté Hobbes, che “l’uomo è lupo per l’uomo”, forse mancando di rispetto per il lupo.

Chi ha percorso i Paesi dell’Unione Europea in questi giorni di vacanza avrà probabilmente vissuto sensazioni diverse. Avrà ancora apprezzato la facilità nell’attraversamento di vecchie frontiere, ma avrà anche dovuto fare i conti con qualche controllo di identità che avevamo dimenticato. Avrà continuato a sperimentare la comodità di una moneta comune, ma anche registrato i diversi costi della vita. Avrà probabilmente apprezzato l’efficienza di servizi publici che restano un miraggio per l’Italia e costatato che sono più civili i Paesi dove si pagano le tasse.

In alcuni Paesi dell’UE, a occidente, i nostri concittadini avranno scoperto il volto irreversibilmente multiculturale dell’Europa e visto le popolazioni di colore convivere con gli indigeni, con qualche problema ma anche senza drammi; avranno incontrato coppie “miste” e i loro bambini, certo non meno belli dei “nostri”, ai quali non viene da dire di andarsene a “casa loro”, se non altro perché saranno quelli che contribuiranno a rigenerare un continente esposto a una drammatica crisi demografica.

Resiste in Europa, nonostante molte eccezioni e alcune sacche di intolleranza spesso criminale, un clima di convivenza ancora civile e una vita politica ancora segnata dal dialogo tra avversari, alla ricerca di compromessi che rendano vivibili le inevitabili tensioni presenti in una complessa società plurale.

Si torna in Italia con queste e altre simili immagini in mente e mal si sopporta di ritrovare un Paese dove pezzi importanti di politica alimentano il rancore, incapaci di costruire prospettive di sviluppo, di dare efficienza alla pubblica amministrazione e di assicurare un ordine civile, ispirato ai valori fondamentali dell’umanità e della convivenza pacifica.

Fa impressione ritrovare sempre intensa l’aggressività degli insulti e linguaggi che ci riportano agli anni bui nei quali si preparava la fine della vita democratica e, poco dopo, anche una nuova guerra.

Non di questo ha bisogno l’Europa, né di un’Italia come quella che qualcuno sogna, per poterla guidare con “pieni poteri “: verso dove è facile immaginare, anche perché i nostri padri e nonni hanno già visto come è andata a finire.

È il momento adesso, rientrando a “casa nostra” di riportare in Italia, senza perdere tempo, un po’ della migliore Europa, quella dei diritti universali che ancora resistono e la fanno invidiare da molta parte del mondo, ed è insieme il momento di riportare in Europa un po’ dell’Italia sana che nei secoli molto ha dato a questo continente e ancora tanto potrebbe dare.

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