
Dopo tre mesi di guerra contro l’Iran e dopo aver messo a soqquadro l’intero Medio Oriente, gli Stati Uniti vendono il fumo di un accordo di tregua come una vittoria e come base di un negoziato che dovrebbe durare 60 giorni. Negoziato che conterrà tutti i nodi irrisolti per cui Trump ha mosso guerra a Teheran.
Attesa da settimane e continuamente rinviata, tanto da credere che fosse solo un’illusione ottica del Presidente americano, la firma digitale, prevista inizialmente in Svizzera, è stata invece dirottata dal Presidente francese Macron e avvenuta fra gli splendori dorati di Versailles, a conclusione del Vertice del G7. Un luogo simbolo di uno storico Trattato di pace e oggi cornice, si direbbe, di una non tanto velata sconfitta degli Stati Uniti sul fronte mediorientale.
Definito ovviamente “storico” dal Presidente Trump, il memorandum d’intesa si articola intorno a quattordici punti e si inserisce in un contesto in cui gli obiettivi iniziali della guerra non rispecchiano i risultati ottenuti con la presunta vittoria americana. Gli obiettivi iniziali di Trump erano infatti quelli di impedire a Teheran di sviluppare l’arma atomica e di ridurre le capacità militari del Paese, in particolare quelle riguardanti i missili balistici. Erano fra gli obiettivi anche quello più volte sventolato di un cambiamento di regime e quello di far balenare ad una popolazione repressa, la speranza di un nuovo corso politico. Non ultimo era anche l’obiettivo di sconfiggere il sistema di alleanze regionali costruito negli anni con l’”Asse della resistenza”, di cui gli Hezbollah sono oggi i principali attori in Libano.
Tali obiettivi, con il passar del tempo e l’inasprirsi della guerra, sono caduti uno ad uno. L’inizio della guerra era stato segnato infatti dall’uccisione della Guida Suprema Alì Khamenei, con un’operazione militare congiunta condotta con Israele. Il risultato del tentativo di decapitazione del regime è stato quello di conferire più potere ai Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, lasciando in vita il regime e legittimandolo. Per quanto riguarda l’arma atomica, il memorandum rimanda a futuri negoziati, anche se Teheran conferma l’intenzione che non svilupperà tali armi.
Una delle ricadute più devastanti di questa guerra è stata chiaramente la chiusura dello Stretto di Hormuz, divenuta l’arma più significative usata da Teheran e che ha tenuto con il fiato sospeso gran parte del commercio energetico mondiale. Divenuto punto cruciale dei negoziati, il memorandum prevede al riguardo, con la riapertura e lo sminamento, che l’Iran e Paesi del Golfo, di concerto, gestiscano i futuri servizi marittimi dello Stretto, conferendo in tal modo a Teheran un ruolo strategico di rilievo sulla libertà di navigazione.
La fine della guerra in Libano mossa da Israele nei confronti di Hezbollah è anch’essa parte del memorandum. Se da una parte l’Iran chiede la cessazione dei bombardamenti israeliani sul sud del Libano, dall’altra lo stesso Israele non vuole rinunciare alla guerra. Aspetto molto delicato che mette in discussione il rapporto militare e diplomatico tra USA e Israele e peserà sul futuro dei negoziati previsti e appena iniziati in Svizzera, sotto la mediazione di Pakistan e Oman.
Non da poco per l’Iran è anche l’aspetto economico previsto in suo favore dal memorandum, vale a dire la prospettiva della graduale rimozione delle sanzioni economiche e dello sblocco degli averi all’estero, nonché la previsione di un fondo da 300 miliardi di dollari per la sua ricostruzione. Se l’obiettivo della guerra di Trump era anche quello di distruggere la già precaria economia iraniana, non si può che constatare l’opportunità per Teheran di un nuovo rilancio.
Dov’è quindi la vittoria di Trump ? La risposta sarà scritta, forse, nei prossimi 60 giorni.












