Quando con l’Iran vince la diplomazia

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L‘accordo intervenuto a Ginevra il 24 novembre tra l’Iran e il Gruppo dei “5+1” (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU – Cina, Stati Uniti, Russia, Francia e Gran Bretagna – e la Germania) è stato salutato, soprattutto nel campo occidentale, come una grande vittoria della diplomazia e come un primo importante passo per il futuro dei negoziati. Un primo accordo interinale della durata di sei mesi che, se confermato nel tempo, potrebbe mettere fine a oltre un decennio di sospetti e di sfiducia, di negoziati ostili e inconcludenti. Va ricordato infatti che già nel 2003 l’Iran era molto vicino alla firma di un accordo sul congelamento del suo programma nucleare, ma all’epoca alla Casa Bianca c’era il presidente G.W.Bush, le paure dell’11 settembre avevano scatenato due guerre nella regione e l’Iran venne considerato dagli Stati Uniti parte dell’Asse del Male.

L’accordo intervenuto a Ginevra in questi giorni non è molto lontano da quello prospettato nel 2003, solo che nel frattempo l’Iran ha portato avanti il suo programma, moltiplicando negli anni il numero di centrifughe. Prevede, per la prima volta quindi, un rallentamento considerevole del programma nucleare: stop all’arricchimento dell’uranio oltre il 5%, aspetto questo molto importante perché riconosce in ogni caso all’Iran il diritto di perseguire un programma nucleare per scopi pacifici; neutralizzazione dello stock d’uranio arricchito al 20%, vicino al livello per uso militare; stop a nuove centrifughe e sospensione dei lavori sul reattore ad acqua pesante in grado di produrre plutonio e armi nucleari. L’Iran si impegna nei prossimi sei mesi a rispettare l’accordo e ad accogliere importanti missioni di ispezione. Nel frattempo, verranno di poco alleggerite le sanzioni economiche, in particolare quelle imposte da USA e UE, con l’accesso a fondi congelati per una somma tra i 4 e 5 miliardi di dollari, sanzioni che hanno pesato e pesano ancora enormemente sull’economia del Paese, in particolare quelle che riguardano le esportazioni di petrolio e i trasferimenti finanziari.

Ma questo accordo preliminare, già carico di speranze per la pace nella regione, è soprattutto importante per i risvolti politici che prefigura. Innanzitutto porterebbe l’Iran, Paese di grande importanza geostrategica in Medio Oriente, fuori dal suo isolamento politico e a diventare un interlocutore rispettato sulla scena internazionale. Le prove di dialogo con gli Stati Uniti hanno messo in luce una nuova strategia americana nella regione che non si limita più a relazioni con alcuni Paesi, come Israele o Arabia saudita, ma ad allargare diplomaticamente la cerchia dei suoi interlocutori. L’Iran infatti, con i suoi 70 milioni di abitanti e con  considerevoli ricchezze petrolifere rappresenta uno dei rari Paesi con una certa stabilità. Basta guardare  alle situazioni dei Paesi vicini, come Iraq, Afghanistan, Siria, Egitto per interpretare l’importanza di un dialogo e di nuovi rapporti con l’Iran. Ed infine, un accordo che a lungo termine vieti il nucleare a scopi militari all’Iran frena il rischio di proliferazione nella regione, dove si possono porre interrogativi sull’Arabia Saudita, il Qatar,  gli Emirati arabi o addirittura la Turchia.

Certo questo accordo non piace ad Israele, e, per altre ragioni, nemmeno all’Arabia Saudita. L’Unione Europea, nella persona di Catherine Ashton ha contribuito in modo essenziale al successo dei negoziati e all’apertura di una nuova pagina nelle relazioni internazionali e nella geopolitica mediorientale.

C’è da augurarsi che questo accordo attenui le linee rosse che attraversano la regione e sia sempre più la diplomazia fra pari a scriverne il contenuto.

 

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