Quale libertà   in un mondo senza regole?

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I ripetuti episodi di intolleranza di cui sono stati vittima, in particolare, i cristiani in Paesi a dominante islamica, culminati nella recente strage di Alessandria d’Egitto dopo non poche altre, come a Baghdad qualche mese fa, impongono una rinnovata attenzione al tema delle tensioni tra culture e religioni diverse.
Si tratta di un argomento particolarmente sensibile, sul quale è alto il rischio della polemica ideologica e, più spesso ancora, della strumentalizzazione politica tanto più facile quanto più rozzo è il confronto tra «apprendisti stregoni», disinvolti nel dare risposte sommarie a problemi complessi.
Che sia straordinariamente complesso il rapporto che nei secoli si è andato sviluppando tra Cristianesimo ed Islam è un’evidenza. Uno dei modi possibili per accostarvisi risiede nella paziente lettura della storia passata, prima di precipitarsi a emettere sentenze contro gli uni e gli altri, approccio che certamente non favorisce una cultura del dialogo.
Puಠaiutare in questo delicato esercizio il libro di Amin Maalouf “Un mondo senza regole” (ed. Bompiani) che, scritto in tempi non sospetti, con linguaggio pacato e chiaro racconta questa lunga e torturata storia, cercando nel passato le radici dell’attuale intolleranza e provando ad indicarne le difficili vie d’uscita.
L’Autore è un giornalista e scrittore libanese, di famiglia cattolica (melchita il padre e maronita la madre), studi presso i gesuiti e da oltre trent’anni residente in Francia dopo l’abbandono del Libano investito dalla guerra civile. Una biografia che da sola testimonia un percorso attraverso culture diverse e la volontà   di tessere la trama di un confronto e di un possibile dialogo tra di esse, mettendo in guardia contro l’esasperazione dell’identità   quale radice di conflitti e di intolleranze, come l’ Autore aveva lucidamente denunciato nel suo libro, “Identità  “, traduzione riduttiva del titolo originario francese “Identità©s meutrières” (Identità   assassine).
In Mondo senza regole Maalouf analizza il lungo predominio dell’Occidente «cristiano» rispetto al mondo arabo e in particolare nei confronti dell’universo islamico, profondamente segnato dalle ferite sempre aperte del colonialismo, dolorosamente presente nella memoria di popoli spesso umiliati nella storia più recente, come nel caso dei Palestinesi ma anche di uno Stato sovrano come l’Egitto.
Un tema questo al centro di un altro libro, “L’infelicità   araba”, di Samir Kassir (ed. Einaudi), un’utile lettura per capire meglio la frustrazione di un popolo erede di una grande civiltà   e che oggi si sente minacciato dalla modernità  .
Scorrono sullo sfondo di questa storia accidentata le vicende di Paesi importanti come la Turchia di Mustafa Kemal Ataturk, le imprese coloniali in Medio oriente e in Africa di Gran Bretagna e Francia, il dominio planetario degli USA e le ripetute umiliazioni inflitte a popoli arabi: un giacimento di violenze pronte ad esplodere in assenza di una prospettiva di sviluppo e di dignità   internazionale.
Ma le «vittorie» dell’Occidente ingannano e ne è vittima lo stesso Occidente, sempre meno fedele ai suoi pretesi valori universali, sempre meno credibili a fronte dei comportamenti concreti dei «vincitori», ormai privati di quella «legittimità  » che aveva loro consentito di proporsi come guide nel corso della storia. Un ruolo che i popoli – occidentali e non – potranno ritrovare soltanto facendo leva sulla cultura e sul primato dell’insegnamento, perchà© come ci ricorda Maalouf citando il Talmud, «Il mondo vive soltanto grazie al respiro dei bambini che studiano» o il Profeta, secondo il quale «L’inchiostro del saggio vale molto di più del sangue del martire».
In un mondo pericolosamente «sregolato» è urgente ritrovare saggezza e cultura: vale per il nostro pianeta che ha calpestato le regole della convivenza, dell’economia, della finanza, del clima e che sta sacrificando troppo quel luogo essenziale di crescita e di integrazione che è la scuola e quelle attività   culturali, ponti tra storie e tradizioni diverse.
Vale anche per quest’Europa, abituata ad impartire lezioni: di essa, uno dei suoi padri fondatori, Jean Monnet, ebbe a dire che se avesse dovuto ricominciare a costruirla – come sembra essere diventato necessario oggi – avrebbe ricominciato dalla cultura. Purtroppo Jean Monnet non è più con noi per provarci; a suo modo e sullo sfondo di altri scenari, anche più drammatici, torna a ricordarcelo Amin Maalouf: adesso tocca a noi e alle generazioni che verranno ricostruire un nuovo mondo e inventare valori universalmente e pacificamente condivisi.
Il prossimo 31 gennaio, i ministri degli Esteri UE dovranno misurarsi su uno dei valori-chiave iscritti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Europa, quello della libertà   religiosa. L’iniziativa è stata del ministro degli Franco Frattini, d’intesa con i ministri francese Bernard Kouchner, polacco, Radoslaw Sikorski e ungherese, Jà ¡nos Martonyi e sarà   interessante vederne gli esiti. Così come sarà   interessante vedere come se la caverà   proprio la presidenza di turno ungherese, in questi giorni sotto i riflettori europei per le sue misure di censura politica agli organi di informazione. Sarebbe particolarmente imbarazzante per l’UE non considerare nella sua integralità   il titolo II della Carta sul tema della libertà  , a cominciare dall’articolo 10 sulla «libertà   di pensiero, di coscienza e di religione» e poi l’articolo 11 sulla «libertà   di espressione e d’informazione» e poi, via via, quelli sulla libertà   di riunione e di associazione, delle arti e delle scienze fino al diritto all’istruzione, al lavoro e a quello di asilo e alla protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione.
Perchà© se la libertà   è un valore, lo deve essere senza eccezioni: ne va della credibilità   dell’Europa nel mondo, proprio quella credibilità   di cui abbiamo bisogno per rafforzare il dialogo con le altre culture.

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