Politica agricola in Europa tra passato e futuro

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A problema complesso, risposta complessa, non solo slogan facili da esibire sui cartelli delle proteste o, peggio, per scaricare responsabilità politiche dove è più comodo. In democrazia il rispetto della complessità e delle divergenze è la strada che consente il dialogo tra interlocutori alle prese con interessi diversi per capirne il reale fondamento e cercare delle soluzioni.

Offrono a questo esercizio un’occasione da non perdere le manifestazioni di protesta degli agricoltori in gran parte dell’Unione Europea, in Italia e nella nostra provincia comprese.

Per avere un quadro complessivo del problema relativo a costi e benefici dell’attività agricola non è inutile fare un passo indietro, almeno fino agli anni ‘90 quando l’allora Comunità europea avviò una progressiva riduzione del sostegno finanziario alla politica agricola comune (PAC), grande beneficiaria, fino dal 1962, del bilancio comunitario dal quale riceveva due terzi delle intere risorse disponibili, con la conseguenza di avere poi poco margine per politiche del futuro come, tra le altre, le politiche industriali e la ricerca.

Forse di tutto questo le più giovani generazioni di agricoltori non hanno ricordo, ma per rendersene conto basterebbe misurare l’evoluzione della qualità della vita nelle nostre campagne.

Poi la storia è andata avanti, l’UE ha dovuto assumere nuovi costi per nuove politiche, nuovi Paesi in gran parte ad alto tasso di agricoltura ci hanno raggiunto, mentre il bilancio UE restava congelato attorno all’1% del Pil comunitario, con le conseguenze che si possono immaginare.

Più recentemente abbiamo registrato l’impatto rilevante che, sull’insieme del bilancio comunitario è stato causato dalle guerre e dalla crisi climatica; a questa bisognava rispondere con urgenza, anche per il futuro della nostra agricoltura, vittima di eventi meteo estremi, affrontando una “transizione verde” con costi importanti per tutti e da distribuire equamente tra i diversi settori economici, come era anche necessario trovare un equilibrio nella gestione della politica commerciale UE, confrontata a una progressiva riduzione dei dazi, compresi quelli a protezione del nostro mercato agricolo. Un problema quest’ultimo che non riguarda solo le importazioni dall’America latina, ma anche gli scambi commerciali con l’Ucraina le cui esportazioni agro-alimentari, libere da dazi, hanno generato pressioni sui mercati agricoli dei Paesi UE.

È qui, in questo groviglio di variabili l’epicentro del movimento sismico in corso, esploso non a caso alla vigilia delle elezioni europee di giugno, con il rischio di un  “assalto alla diligenza” dell’UE e dei suoi Paesi membri, responsabili congiuntamente della politica agricola recentemente riformata.

Questo senza dimenticare a quanto ammonta il sostegno finanziario attuale alla PAC comunitaria, oggi ancora 1/3 del bilancio UE che, per il periodo 2021-2027, destina all’agricoltura complessivamente oltre 386 miliardi di euro, non proprio noccioline, tenuto conto che il settore rappresenta l’1,4% del Pil europeo.

Si tratta di alcuni soltanto dei numeri utili per capire appena qualcosa della complessità del problema, ma la politica non è solo numeri. E’ reale la difficoltà di molti piccoli imprenditori agricoli a reggere in un mercato confrontato allo strapotere delle grandi aziende multinazionali e dei giganti della distribuzione commerciale, a una ripartizione diseguale dei sussidi europei, con fiscalità differenziate e aperture a prodotti extra-UE con minori garanzie per la salute, al punto di rendere economicamente insostenibile per molti la produzione alimentare.

Tutto questo e altro ancora è all’origine di un  fondato disagio sociale che chiama in causa la politica, nazionale ed europea, con partiti pronti a cogliere l’occasione per soffiare sul fuoco della protesta, anche quella violenta vista l’altro giorno a Bruxelles, in attesa di vederne i futuri sviluppi anche da noi.

Sull’argomento bisognerà ritornare, da una parte per raccontare le misure correttive che saranno adottate (chiarendo fin da subito che non sono proprio freschi gli 8 miliardi annunciati dal governo italiano, ma già previsti dal PNRR e non è una buona notizia, per la salute dei cittadini europei, la rinuncia all’eliminazione dei pesticidi annunciata da Ursula von der Leyen alla ricerca di un secondo mandato) e dall’altra anche per mettere in guardia da manipolazioni di quanti approfittano di questa vigilia elettorale per “avvelenare i pozzi” dai quali viene un’acqua tossica da non bere.

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