Più Europa, ma quale Europa?

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Molto si è drammatizzato l’appuntamento di Bruxelles del 28 e 29 giugno dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea.

Di qua e di là dell’Atlantico si è andata creando un’attesa quasi messianica come se un Consiglio europeo, il venticinquesimo di una serie inconcludente da quando è esplosa la crisi, potesse dopo tanti rinvii consegnare al mondo una nuova Europa, guarita dai suoi molti mali e in grado di rassicurare il pianeta dai rischi che sta correndo e non soltanto per sua responsabilità.

Negli ultimi giorni, al G20 del Messico, si è fatta forte la pressione delle grandi potenze mondiali, dagli USA alla Cina; in Europa non si è ridotta la pressione della Germania sui suoi partner e a poco è servito il voto pro-europeo della Grecia, le proposte di Hollande e Monti per ammorbidire il diktat della Cancelliera Merkel e calmare i mercati.

In Italia la pressione esterna si è tradotta, tra l’altro, con l’ingiunzione al Parlamento di votare – con quattro voti di fiducia – la discutibile riforma sul mercato del lavoro, obbligando i partiti che sostengono il Governo a non rompere le righe prima del Consiglio europeo per non indebolire Monti al tavolo delle trattative, senza tuttavia riuscire a nascondere lo stato di avanzata decomposizione di una sgangherata maggioranza politica sempre più vicina a ritirare il suo sostegno al governo tecnico.

In queste condizioni il vertice a Roma, il 22 giugno scorso, dei leader dei quattro principali Paesi dell’eurozona – Germania, Francia, Italia e Spagna – si è limitato a qualche promessa in favore della crescita nella speranza di un’intesa più credibile nel Consiglio europeo. Così i quattro Capi di Governo hanno passato la palla ai quattro Presidenti delle Istituzioni europee maggiormente coinvolte sul fronte della crisi, con il compito di delineare una traiettoria per allontanare l’Eurozona dal baratro e avviarla, passo dopo passo, verso l’unione politica.

Attorno al tavolo si sono trovati i Presidenti dell’UE, Van Rompuy, dell’Eurogruppo, Juncker, della Banca centrale europea (BCE), Draghi e quello della Commissione europea, Barroso. Assente non giustificabile e non per sua volontà, Schultz, Presidente del Parlamento europeo, l’unica Istituzione UE dotata di una legittimità democratica diretta, grazie al voto a suffragio universale.

Già la composizione della “squadra di salvataggio” la dice lunga su quale Europa si stava lavorando: quella di ieri, ormai arrivata al capolinea, in affanno per un euro privato di un’unione economica, verso la quale è adesso urgente avviarsi cominciando a costituire un’unione bancaria per arrivare finalmente un giorno all’unione politica.

Un ruolo particolare tra i quattro Presidenti è stato quello di Mario Draghi, alla testa della BCE da meno di un anno, durante il quale ha promosso interventi audaci per proteggere l’euro, contrastare la speculazione e rendere disponibili grandi quantità di liquidità. Normale che sul fronte della crisi sia stato lui uno dei grandi protagonisti, insieme alla Merkel, Hollande e, con non poca fatica, Monti, giunto a Bruxelles indebolito dall’indecisione di un PdL in disfacimento e tentato da elezioni anticipate.

Insieme hanno cercato di tenere in vita questa UE e la sua moneta, tutti dichiarando la necessità di “più Europa” ma, per ragioni diverse, incapaci di disegnare un’ “altra Europa”, costruita non solo attorno alla messa in sicurezza delle banche, alla salvaguardia dell’euro, al rigore dei conti pubblici, con qualche primo stimolo alla crescita, ma paralizzata dagli ostinati “nein” della Merkel a farsi carico, anche solo parzialmente, della condivisione dei debiti sovrani.

Troppo lontano resta l’orizzonte dell’unione politica, quello della federazione europea ricostruita su una compiuta democrazia tra le nazioni che la compongono, senza le pretese egemoniche di qualcuno e le nostalgie nazionaliste di altri. Un’urgenza imposta non solo dalla crisi economica e sociale in corso, ma anche dalla fragilità della democrazia nei nostri Paesi, Italia compresa. E non è certo la prospettiva della prossima Presidenza di turno affidata a Cipro – Paese anch’esso sul bordo del fallimento – a rassicurarci sul futuro dell’UE.

 

 

 

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